Lingue Gaeliche d’Irlanda

Le Lingue Gaeliche d’Irlanda

di Kay McCarthy e Anna Fattovich

 

Tutto ciò che sappiamo dei Celti dell’epoca precristiana (al di là dei ritrovamenti archeologici e dei testi redatti dai monaci irlandesi e scozzesi nel medioevo) lo dobbiamo alle testimonianze dei Greci prima e dei Romani successivamente.

Anche se i popoli celtici avevano elaborato degli alfabeti e prodotto una ricchissima letteratura orale, avevano affidato, per motivi religiosi e pratici, la memoria culturale non alla scrittura bensì al ceto ereditario e sacerdotale dei Druidi (lett. “conoscitori della quercia”); inoltre, la natura poco agile di alcuni dei loro sistemi grafici rendeva la redazione di testi lunghi tanto impensabile quanto, per analogia, la natura primitiva e poco duttile dei numerali romani rendeva praticamente impossibile il loro impiego nelle scienze matematiche. Gli alfabeti dei Celti, per esempio l’Ogam (o l’Ogham) del popolo Goidelico, si usava, quindi, solo per eseguire iscrizioni grammaticalmente sintetiche e testualmente brevi su pietra, legno e metallo e per comunicare a distanza con le mani.

Dei Celti (keltoi o galatai) si trova menzione per la prima volta in alcuni testi greci del VI secolo a.C., epoca a cui risalgono anche le prime iscrizioni in lingua celtica giunte a noi. Le origini di questi popoli si perdono nella “notte dei tempi” e solo l’archeologia e la testimonianza di popoli con una tradizione letteraria scritta ci possono aiutare a comporre un loro ritratto abbastanza dettagliato e vivace. Senza la testimonianza degli scrittori mediterranei (Erodoto, Senofonte, Platone, Aristotele, Strabone, Diodoro Siculo, Giulio Cesare, Tito Livio, Tacito ecc.) l’archeologia ci offrirebbe un’immagine sbiadita e vaga di un popolo che durante un periodo contemporaneo alla nascita ed espansione di Roma occupò gran parte dell’Europa dal Mar Nero all’Atlantico.

Per diversi secoli, l’immaginario mediterraneo attribuiva le terre dell’Europa transalpina ai misteriosi “Iperborei”, mitici cultori di Apollo e del sole. Durante i secoli VI e V a.C. si fa sempre più frequente menzione di contatti fra i popoli del Mediterraneo e i popoli delle zone Oltralpe. L’invasione dell’Italia da parte dei Celti (detti Galli dai Romani) nel IV secolo a.C. segna il loro ingresso a pieno titolo nella storia documentaria. Da questo momento in poi diventano i principali interlocutori non-mediterranei del mondo greco, punico e romano fornendo loro mercenari per tutti i loro conflitti. Il temibile guerriero celtico presto diventa l’espressione tangibile della minaccia barbarica alla civiltà classica. All’apogeo della sua espansione, l’Europa dei Celti si estendeva dai Carpazi all’Atlantico, dalle grandi pianure del Nord al litorale mediterraneo. Dal V al I secolo a.C. il “regno” dei Celti comprendeva territori che spaziavano ad est fino alla Galizia, a sud fino alla valle del Po in Italia, fino al bacino del Mediterraneo in Spagna, a nord oltre le sponde del Danubio ed ad ovest fino alle coste occidentali delle Isole Britanniche.

L’espansione di Roma si ebbe a spese dei popoli barbari, in primo luogo dei Celti. Man mano che i confini dell’Impero Romano si allargavano, questi furono costretti a rifugiarsi sempre più ad ovest, fino a confinarsi nelle zone più impervie delle Isole Britanniche. Quando i Romani abbandonarono i loro territori in Gran Bretagna nel V secolo dopo Cristo, gran parte dell’attuale Inghilterra fu invasa dagli Angli, Sassoni e Giuti, popoli germanici provenienti dal Nord Europa, ed i Celti Britannici si ritirarono in Galles ed in Cornovaglia. Al nord dei famosi “valli” di Adriano e di Antonino, nell’attuale Scozia, abitava un popolo di origine ignota al quale i Romani avevano dato il nome “Picti”. Più tardi, i Gaeil d’Irlanda invasero e “celtificarono” la Scozia.

I Celti erano arrivati in Gran Bretagna nel primo millennio a.C. attraverso la Manica in una successione di ondate immigratorie e parlavano una lingua del ramo “P” del ceppo celtico. I Celti irlandesi, linguisticamente appartenenti al ramo “Q” delle lingue celtiche, erano parenti lontani di quelli della Gran Bretagna e sembra che abbiano percorso una strada migratoria diversa dalla loro, arrivando in Irlanda direttamente via mare dalla Penisola Iberica.

Grazie alla sua posizione geografica, l’Irlanda, meglio della maggior parte delle altre nazioni occidentali, era riuscita a preservare gran parte del suo ricchissimo ed antichissimo patrimonio culturale orale pressoché intatto fino al Medioevo (quando i monaci lo trascrissero) ed è riuscita a conservarne molteplici aspetti fino ai giorni nostri. La posizione periferica dell’isola favorì un certo distacco da tutta una serie di grandi eventi storici e socioeconomici che hanno disegnato il corso della storia di gran parte del resto dell’Europa, ma che sfiorarono appena l’Irlanda (la Civiltà romana, il Feudalesimo, il Rinascimento, l’Industrializzazione); presupposto ideale per la conservazione di molte caratteristiche arcaiche, oggi quasi del tutto scomparse, tranne che in alcune zone dell’India, di una presunta tradizione comune a tutti i popoli del resto del mondo Indoeuropeo.

 

 

L’Antico Alfabeto Ogam

 

Questo alfabeto si usava per iscrizioni su pietra o legno, usando lo spigolo verticale od orizzontale quale linea di riferimento lungo la quale collocare i segni. Secondo la tradizione i pochi conoscitori dell’alfabeto potevano anche usare le dita delle mani poste contro una linea qualunque: il bordo di una tavola, lo stinco della propria gamba, un bastone e così via, per comunicare segretamente e a distanza. Nel caso di quattro dei cinque segni rappresentati qui nell’ultima colonna a sinistra, si usavano le due mani contemporaneamente. Oltre ad indicare le singole lettere, i segni indicavano concetti complessi. Ogni segno corrispondeva al nome di un albero o di una forza della natura che a loro volta erano pregni di significati religiosi e esoterici. Quando l’OGAM fu soppiantato dall’alfabeto gaelico, le lettere continuavano ad indicare nomi di alberi e piante. Qualora un asse non fosse stato disponibile, si poteva segnalare manualmente indicando le punta e le falangi di una mano con l’altra, oppure con un bastoncino, perfino, si narra, con la punta del naso.

Ecco come si pensa che i simboli dell’ogam venissero rappresentati sulle dita della mano.

Le rimanenti lettere si ottenevano xi/ae: sovrapponendo le quattro dita di una mano su quelle dell’altra, ph/oi: curvando il mignolo, pe/ui: sovrapponendo indice e medio di una mano su quelli dell’altra, th/io: unendo la punta dell’indice e del pollice delle due mani e ch/ea: sovrapponendo gli indici

(Tratto da “Grammatica e Dizionario della Lingua Gaelica d’Irlanda” – Keltia Editrice – Aosta 2004)