Celti delle Isole Britanniche

I Celti delle Isole Britanniche

di Franco Rolf

 

La storia mitologica dell’occuparione celtica delle isole britanniche, otre che dai testi di autori greci e latini, ci viene narrata in varie ballate arcaiche irlandesi e scozzesi, ma da un punto di vista strettamente storico molto resta ancora da definire.
Daltra parte, sono ormai completamente destituite di fondamento le credenze ottocentesche di ondate migratorie successive di invasori Celti. Oggi storici e archeologi sono propensi a credere che, più che di una conquista celtica di Irlanda e Gran Bretagna, sia corretto parlare di una lenta infiltrazione per piccoli gruppi iniziata sin dagli inizi dell’età del Bronzo Antico.
Importazione di manufatti e di derrate alimentari dal continente, congiunti all’impiego di mercenari provenienti dalla Gallia, continuarono poi ad accrescere nei secoli l’influenza del substrato celtico che assimilò le popolazioni indigene mantenendo contemporaneamente i propri legami con le tribù originarie del continente.
Tale tesi è sostenuta anche dal perdurare fino all’epoca di Caio Giulio Cesare ( come attestato nel “De Bello Gallico”) degli stessi nomi tribali, costumi e linguaggio su entrambe le sponde della Manica.
Lo stesso Cesare ci descrive la Britannia:
L’interno della Britannia è abitato da popoli che sostengono in base a quanto è stato loro tramandato, di essere originari del luogo, mentre le coste sono occupate da genti provenienti dal Belgio, qui giunte a scopo di rapina o per portare guerra. Queste genti conservano, quasi tutte, i nomi delle nazioni d’origine e, dopo la guerra, si sono fermate e hanno cominciato a coltivare la terra.
La popolazione è numerosissima, vi sono moltissimi casali quasi identici a quelli dei Galli e vi è ingente quantità di bestiame. Come moneta usano il bronzo o monete d’oro o lingotti di ferro di peso determinato e controllato. Nelle regioni interne si trova lo stagno, nella parte costiera il ferro, ma non in grande quantità; il bronzo lo importano. Vi sono alberi da legname di ogni tipo, come in Gallia, tranne il faggio e l’abete. Per motivi religiosi non mangiano lepri, galline e oche, ma le allevano per divertimento. E’ una terra a clima più temperato della Gallia e il freddo è meno intenso.
(Cesare, De Bello Gallico V-12)

Terra lontana e misteriosa, delle leggendarie miniere di stagno dei Fenici e prima ancora delle civiltà del Bronzo, la Gran Bretagna rappresentava l’ultima terra prima dell’Oceano Atlantico. Ultimo rifugio per le tribù celtiche e ultima conquista per l’Impero Romano.
Cesare cercò di conquistarla nel 53 e nel 54. Pur non riuscendo nell’impresa, fece una tale impressione sulle tribù dell’isola che i Rix accettarono di firmare dei trattai con Cesare prima che ripartisse. Nel 43 d.C. l’imperatore Claudio inviò nuovamente le legioni in Gran Bretagna, questa volta per rimanervi. La spedizione era guidata da Aulo Plauzio che sbarcò nel Kent senza trovare resistenza e nella prima campagna conquistò una solida testa di ponte per l’impero Romano.
In seguito, la conquista proseguì con il Galles. Sul finire del I° secolo, una nuova spedizione comandata da Agricola, conquistò il Nord del paese.

Tacito, nella sua opera dedicata al suocero, generale Agricola, ci ragguaglia dettagliatamente sugli ultimi combattimenti dei regni celtici del Nord della Scozia, anche se alcune tribù di Scoti e di Pitti che non furono mai del tutto vinte e continuarono a compiere continue incursioni e saccheggi sui centri di confine.
E proprio da lui abbiamo la prima particolareggiata descrizionedella antica Britannia e dei suoi abitanti.

“Dirò della posizione geografica della Britannia e delle sue popolazioni non per gareggiare in accuratezza d’informazione o in abilità coi molti scrittori che ne hanno già parlato, ma perché solo allora è stata interamente domata; sicché quelle notizie non verificate, che i precedenti scrittori hanno ornato con l’eleganza stilistica, saranno presentate col rigore dei fatti. La Britannia è la maggiore delle isole di cui i Romani abbiano conoscenza.
Quanto a posizione geografica, rispetto agli astri, si stende a oriente verso la Germania, a occidente verso la Spagna e la sua parte meridionale è visibile dai Galli; le zone settentrionali, non avendo di fronte altre terre, sono battute da un vasto mare aperto. Livio fra gli scrittori del passato e Fabio Rustico tra i più recenti, autori di grande abilità letteraria, hanno paragonato la forma dell’intera isola a un piatto allungato o a una scure. Questa però è la forma senza la Caledonia; da qui deriva la convinzione che tale sia la forma dell’isola nel suo complesso; ma chi si spinge oltre lo sconfinato e irregolare spazio di terre che si protendono oltre quel lido estremo, scopre che essa si assottiglia a forma di cuneo.
La flotta romana, che allora per la prima volta circumnavigò queste coste nell’estremo mare, ha confermato che la Britannia è un’isola e contemporaneamente ha scoperto e sottomesso isole fino allora sconosciute, chiamate Orcadi.
Fu avvistata anche Thule, ma gli ordini erano di non procedere oltre, perché si avvicinava l’inverno. Quel mare stagnante e faticoso per i rematori – a quanto si dice – non è neppure agitato dai venti, come avviene per gli altri: credo che ciò si debba alla scarsezza di terre e di monti, causa e ragione prima delle tempeste, e perché una massa d’acqua sconfinata e profonda offre maggiore resistenza. Ma quest’opera non si ripropone di stabilire la natura dell’Oceano e dei suoi movimenti, e del resto molti ne hanno già parlato.
Solo una cosa vorrei aggiungere, che in nessun altro luogo domina così ampiamente il mare: molte correnti si muovono in varie direzioni, e il flusso e il riflusso non riguardano solamente il litorale, ma l’acqua penetra in profondità fra le terre e le circonda e s’insinua fra i gioghi dei monti, come in un proprio dominio.

È difficile stabilire, trattandosi di popolazioni barbare, se i primi uomini che abitarono la Britannia fossero indigeni o venuti dal mare. Vario è il tipo fisico, quindi diverse sono le ipotesi al riguardo. Infatti i capelli rossi e la imponente corporatura degli abitanti della Caledonia denunciano la loro origine germanica. Invece i volti bruni dei Siluri, i loro capelli in genere crespi e la loro posizione di fronte alla Spagna stanno a provare un’antica immigrazione di Iberi oltre il mare e l’occupazione di quelle sedi. Le popolazioni stanziate vicino ai Galli sono anche simili a essi, sia per il persistere dell’impronta originaria comune, sia perché il clima di due terre che sembrano corrersi incontro ha conferito loro lo stesso aspetto fisico.
Tutto considerato però è probabile che i Galli abbiano occupato la vicina isola: è possibile scorgere qui i loro riti nelle credenze religiose dei Britanni; anche la lingua non presenta grandi differenze; identica è l’audacia nel cercare i pericoli, identica la paura per cui li schivano, quando vi sono di fronte. I Britanni però dimostrano una fierezza maggiore, perché non li ha ancora indeboliti una lunga pace. Del resto noi sappiamo che anche i Galli hanno conosciuto un periodo di floridezza in guerra; ma più tardi con la pace è penetrata l’indolenza, e hanno così perso a un tempo il valore e la libertà. Lo stesso accadde dei Britanni vinti in passato; gli altri restano quali già furono i Galli.

La loro forza sta nella fanteria; alcune tribù combattono anche coi carri: il più nobile è l’auriga, i suoi clienti combattono per lui. In passato obbedivano ai re, ora invece sono divisi fra vari capi da passioni di parte: e per noi, contro popoli molto forti, non c’è maggior vantaggio della loro incapacità di prendere decisioni in comune.
È raro che due o tre tribù si uniscano per fronteggiare un pericolo comune: così ciascuna combatte da sola e tutte sono vinte.
Il clima è inclemente per le piogge frequenti e le nebbie; non ci sono però freddi rigidi. La lunghezza del giorno è maggiore che nelle nostre terre; la notte è chiara e, nella parte estrema della Britannia, così corta che è facile confondere, per il breve intervallo, la fine con l’inizio del giorno. Se il cielo non è offuscato da nubi, si può, dicono, vedere in piena notte splendere il sole, che non tramonta e non sorge, ma semplicemente passa all’orizzonte.
La ragione è evidente: quelle parti estreme e appiattite della terra, proiettando un’ombra bassa, non fanno alzare molto le tenebre e quindi la notte resta al disotto della volta celeste e delle stelle. Il suolo, se si fa eccezione per l’olivo, la vite e gli altri frutti tipici dei climi più caldi, è coltivabile a grano e produce molti frutti: maturano tardi, ma germogliano presto, per lo stesso motivo, cioè che la terra e l’aria sono impregnate di umidità.
La Britannia dà oro, argento e altri metalli, premio della vittoria. Anche l’Oceano produce perle, ma d’un colore scuro, livido. Alcuni pensano che ciò dipenda dalla mancanza di abilità dei pescatori, perché, mentre nel Golfo Persico le ostriche vengono staccate dagli scogli ancora vive e palpitanti, in Britannia si raccolgono solo se gettate a riva dal mare. Ma io propendo a credere a un difetto nella bellezza naturale delle perle, più che a una assenza di avidità da parte nostra.

I Britanni sottostanno senza resistenza agli obblighi di leva, alle tassazioni e agli altri oneri imposti dall’impero, a patto che non si commettano ingiustizie: queste mal le sopportano, perché sono sottomessi abbastanza per obbedire, ma non ancora per essere schiavi. Il primo fra tutti i Romani che penetrò in Britannia con un esercito fu il divo Giulio. In uno scontro vittorioso atterrì gli abitanti e si impadronì della costa: è d’altra parte evidente che ha indicato ma non consegnato doma l’isola ai posteri. Poi seguirono a Roma le guerre civili, quando capi politici levarono le armi contro lo stato, e a lungo ci si dimenticò della Britannia anche in tempo di pace: per il divo Augusto si trattava, a suo dire, di un consiglio, Tiberio lo prese come un ordine.
È noto che Gaio Cesare abbia coltivato l’idea di invadere la Britannia ma, d’indole volubile, mutava con facilità parere; del resto, già si erano rivelati vani i suoi imponenti sforzi contro la Germania. Volle ritentare l’impresa il divo Claudio; trasportò legioni e reparti ausiliari e chiamò Vespasiano a collaborare alle operazioni, il che fu, per costui, l’inizio della fortuna ormai prossima: vennero piegati popoli, catturati re e Vespasiano fu additato al suo destino.
(Tacito: “Agricola”)

Alla fine, la Provincia romana di Bretagna, dovette retrocedere in confine a Sud del Vallo di Adriano.
L’Espansionismo di Roma si fermò così in Britannia e l’Irlanda rimase l’ultimo paese celtico libero, fino all’arrivo delle invasioni vikinghe nell’Alto Medio Evo.

Nei secoli seguenti in Irlanda si continuò a vivere secondo lo stile e le tradizioni che un tempo avevano dominato tutta l’Europa.
L’eredità celtica fu così preservata fino all’avvento del Cristianesimo e con esso, della scrittura. Furono proprio i monaci cristiani, che si nutrirono dell’arte e della cultura celtica, a trascrivere le storie tramandate oralmente, che poi, distribuendosi per tutta l’Europa, arricchirono come di nuova linfa, tutto il pensiero medievale avviato verso la modernità.

(Tratto da “I Guerrieri Celti” Keltia Editrice – Aosta 1996)