Numero 5 – Agosto 1998

Sommario del numero 5:

Editoriale pag.1

Il Principe e la Luna
di Adriano Gaspani pag. 3

I Salassi
di Liam A. Silcan pag.8

Emain Macha
di Rosina Obert pag.13

Segnalazioni: Bliesbruck-Reinheim
di Silvio Canavese pag.17

Agenda: Manifestazioni Celtiche
di Marco Violet pag.18

Simbologia Celtica:
Il Cinghiale pag. 19

Recensioni:
Memoria de’ Druidi e de’ Bardi – di Henry Mac Kenzie pag. 2
Poemi e Ballate della Antica Scozia – di Campbell-Hogg-Graham pag.14
Le Grotte nelle Montagne – di Mary Stewart pag.14
Il Mistero del Graal – di Rosalba Nattero pag.19
Il Romanzo di Merlino – di Stephen Lawhead pag.19


Il Principe e la luna

Astronomia nel Tumulo Celtico di Eberdingen-Hochdorf

di Adriano Gaspani

Abstract:
The Pince and the Moon
by Adriano Gaspani

In the years 1978/79 near Eberdingen-Hochdorf in Baden-Wurttenberg in the south of Germany, an archeological research brought to light a celtic circular burial tomb of earth and stones from the last Hallstatt period, about VI century. In the middle of the tomb, a chamber used for burial has been discovered with the remains of a celtic aristocratman coming from the “Princes Age” when the centre of Europe was under the noble warriors’s rule. They lived in small fortifications on the hills surrounded by three or four ( sometimes five) series of stone walls.

The planimetrical analysis of the tomb and the burial chamber reveals that the planning has been effected by studyng Astronomy and in particular by observing the rising and the setting of the Moon together with the visibility of the Orion constellation in the VI century B.C.

Abrégé:
Le Prince et la Lune
de Adriano Gaspani

Au cours des années 1978/79 tout près de Eberdingen-Hochdorf dans la région de Baden-Wurttenberg en Allemagne du sud, à la suite d’une campagne d’excavation on a retrouvé un tumulaire celtique de forme circulaire, construit en terre et pierres, qui remonte à la dernière période de Hallstatt, VI siècle environ.

Les fouilles à l’ntérieur du tumulaire ont mis au jour une chambre funéraire parfaitement conservée avec les dépouilles d’un aristocratique celte qui appartenait à la “Epoque des Princes”, période où l’Europe centrale était gouvernée par des nobles guerriers qui habitaient sur l’hauteur des collines dans des petites constructions fortifiées entourées généralement par trois ou quatres (parfois meme cinq) structures de murs en pierres. L’analyse planimétrique du tumulaire et de la chambre funéraire a dévoilé que le projet de construction a été mis en place à la suite d’un étude sur l’Astronomie et surtout sur l’observation du lever et du coucher de la Lune ainsi que sur la visibilité de la constellation de Orione au VI siècle a.J.C.

Nel 1978/79 nei pressi di Eberdingen-Hochdorf nella regione del Baden-Wurttenberg, nella Germania Meridionale, fu scavato un tumulo celtico di forma circolare, in terra e pietre, risalente al periodo Hallstattiano recente cioè intorno al VI secolo a.C.

All’interno del tumulo fu rinvenuta una camera sepolcrale intatta contenente le spoglie di un aristocratico celtico appartenente alla cosiddetta “Età dei Principi”, durante il quale il centro Europa era dominato da nobili guerrieri i quali risiedevano in piccoli nuclei abitativi fortificati costruiti generalmente sulla cime delle alture e protette da tre o quattro (e talvolta cinque) ordini di mura in pietra.

Il dominio del territorio e i controllo delle principali vie di comunicazione, che prevedeva tra l’altro la riscossione dei pedaggi per il transito attraverso la regione, resero questi nobili molto ricchi e potenti.

Il defunto, alto 183 cm e morto all’apparente età di 40 anni, riccamente vestito e deposto su un lussuoso letto in bronzo, era seppellito con tutte le sue armi, il suo carro da guerra, il tipico calderone celtico in bronzo, un servizio dal libagione composto da otto corni potori in osso più uno i ferro, un servizio di piatti in bronzo con tutto il necessario corredo per un banchetto per otto commensali.

Il tutto era posto all’interno di una doppia camera di forma quadrangolare di cui quella esterna misurava circa 7.5 metri di lato e quella interna circa 4.7 metri di lato, con pavimento, soffitto e pareti in legno, posta in corrispondenza del centro geometrico del tumulo. La camera interna il cui soffitto era alto circa 1.5 metri era riccamente addobbata e separata dal muro della camera esterna da un’intercapedine spessa oltre un metro e colma di brecciame in modo tale che essa potesse risultare al sicuro dagli attacchi dei saccheggiatori.

La chiusura ermetica impedì non solo i tentativi di profanazione, ma anche le infiltrazioni d’acqua in modo che anche i materiali più deperibili quali il legno, il cuoio e i tessuti si conservarono in maniera sorprendente fino al momento dello scavo. Il processo di conservazione fu favorito anche dall’abbondanza di oggetti metallici i cui ossidi fortemente tossici ostacolarono l’azione demolitrice dei batteri.

Le dimensioni del tumulo erano 60 metri di diametro, e 6 metri di altezza nel suo punto centrale, il che richiese l’impiego di circa 7000 metri cubi di terra e 280 tonnellate di pietre per la sua edificazione. Esso è posto in posizione isolata in mezzo alla campagna.

Gli archeologi mediante datazione ottenuta misurando la concentrazione di C14 nei reperti organici hanno collocato la fasecostruttiva alla transizione tra la fase D1 a quella D2 del periodo di Hallstatt cioè intorno al 530 a.C.

(…)


I SALASSI

di Liam A. Silcan

Abstract:
The Salasses
by Liam A. Silcan

Celtic tradition of the west Alps countries in the north of Italy (Cisalpine Gaul) dates back to the ancient times we are not used to think of and still lives nowadays in the popular culture, the toponymy, the dialects, the legends, the music, the art and the common imaginary of local people. The Celts set up in these lands before arriving in Ireland, Scotland or Great Britain and kept their own culture and traditions even after the roman settlement . The Salassi were a small tribe and once they reached the communication ways between the Cisalpine and Transalpine Gaul, they established themselves and reigned for long time the area from the Mont Blanc to the surroundings of Turin.

Abrégé:
Les Salasses
de Liam A. Silcan

La tradition celtique des pays des Alpes occidentales de l’Italie du Nord ( Gaule Cisalpine) remonte à des époques beaucoup plus lointaines de ce qu’on pourrait l’imaginer et elle vit encore de nos jours dans la culture populaire, la toponymie, les dialectes, les légendes, la musique, l’art et l’imagimaire collectif des populations locales. Les Celtes ont franchi ces terres avant encore d’arriver en Irlande, en Ecosse ou bien en Angleterre et ils ont conservé la propre culture et les traditions meme après la romanisation. Les Salasses étaient une tribu mineure qui après avoir occupé les voies de communication entre la Gaule Cisalpine et la Gaule Transalpine, ont régné pendant très longtemps sur toute la zone du Mont Blanc jusqu’aux alentours de Turin.

È ipotizzato da alcuni autori che, agli inizi del primo millennio avanti Cristo, i Salassi fossero una tribù celtica residente da qualche parte dell’Europa Centrale, nell’orbita della cultura di Hallstatt, derivando così il nome, forse, dal commercio del sale (celtico “saa”, gaelico moderno “salann”, latino “sal”) o, come proposto in passato da D’Arbois de Jubainville, dal fatto di provenire dalla zona del fiume Saal affluente dell’Elba.

Probabilmente per un eccesso di popolazione dovuto all’aumentato benessere legato ai commerci del sale e al fiorire della cultura di Hallstatt, come accadde spesso a quei tempi, ad un certo punto la tribù si divise e mentre una parte dei Salassi sarebbe rimasta ad occupare i siti aviti, l’altra si mosse lungo l’antica Via del Sale che, partendo dalle miniere di Hallstatt, attraverso vari valichi alpini, giungendo sino al Mediterraneo lungo una serie di percorsi alternativi di cui rimane traccia nei toponimi più antichi. Di qui i Salassi giunsero ad insediarsi in Canavese e Valle d’Aosta, uno dei nodi cruciali di tali transiti, per esercitarvi il proprio controllo. Anche qui, come in tutti gli altri casi, dovette aver luogo una sostanziale sovrapposizione con i gruppi umani già stanziati in zona al tempo del loro arrivo.

Daltronde, di una più che probabile separazione dei Salassi da un nucleo principale rimasto nelle aree danubiane, permane comunque traccia nella stessa storia bellica romana. Nel 53 a.C., come narrato da Appiano Marcellino, i generali romani Antistio Vetere e Messala Corvino, nel corso delle guerre Illiriche nelle marche danubiane del Norico, si scontrarono tra le altre proprio con la tribù dei Salassi.

In Valle d’Aosta, finora, sono decisamente pochi i reperti ufficialmente attribuiti ai Salassi e in assenza di una campagna di scavi studiata a tavolino e accuratamente pianificata con l’ausilio di prospezioni aeree, non resta che sperare in qualche fortuito ritrovamento sufficientemente importante da rilanciare l’interesse per una ricerca più accurata.

Per quanto attiene ai siti celtici della Valle d’Aosta, basta attenersi quelli attestati dalla toponomastica, come l’antica cittadella Salassa di “Arebrigium” da “are” presso, e “briga” altura. Arebrigium (Arvier) si può dunque tradurre come “luogo posto presso la rocca” o “”ai piedi delle cime”, si possono ricordare i villaggi di Bard (toponimo comune su entrambi i versanti del Monte Bianco, può farsi risalire dal gallico “barro” sommità cinta di legno, in irlandese “burr”: cima, in gallese “bur”: testa, sommità), Chambave (derivato dal gallico “camb” ricurvo in gallese “camm”, e dal suffisso “ava”), Ronc (in gallico “collina”) ecc.

Può qui essere interessante ricordare anche le annotazioni di alcuni degli studiosi del passato, testimoni di ritrovamenti fortuiti di reperti oggi purtroppo dispersi.

Annosa e discussa è la affermazione del De Tillier circa l’esistenza di una capitale dei Salassi, Cordela, che sarebbe dovuta sorgere nei pressi o nella stessa area ove oggi sorge la città di Aosta. Il ricco apparato mitico con cui egli presentò i Salassi come discendenti nientemeno che del semidio Ercole, gettò però nel discredito tutte le sue tesi sugli stessi e le teoria di Cordela resta a tutt’oggi ancora da verificare sul campo degli scavi archeologici.

Il Tibaldi definisce i Salassi come precipuamente “dediti alla pastorizia e alla caccia”, riportando, tra altri più comuni e generici, un dato specifico estremamente interessante per la luce che getta sugli aspetti di vita quotidiana. “Non si può mettere in dubbio il fatto che una quantità ragguardevole di cinghiali o porci selvatici albergasse nelle selve valdostane. Ogni sterro che si eseguisca nella città rinvengonsi sempre numerosi grifi e zanne di questi pachidermi.” E a questo proposito è notorio che il cinghiale era uno degli animali simbolici tra i più presenti nella cultura dei Celti, mentre il maiale selvatico era allevato e cacciato in tutti i loro insediamenti. Ancora una volta ne troviamo conferma nelle ballate irlandesi e gallesi, giunte sino a noi attraverso i secoli più bui grazie all’opera dei monaci amanuensi cristiani, quando ci parlano dei banchetti, sottolineando come cinghiale e maiale selvatico fossero considerati il piatto più apprezzato, quello da cui veniva preteso il boccone dell’eroe, causa di tante epiche lotte.

Se il primo a scrivere delle Alpi Occidentali fu Erodoto nel V° secolo a.C. nelle sue “Storie”, fu invece Plinio il Vecchio nella sua “Storia Naturale” a introdurre per la prima volta i Salassi nella Storia scritta, narrando della sconfitta romana del 143 a.C.

A quell’epoca, dei Salassi, gli autori classici già sapevano di come estraessero l’oro, forse più dal lavaggio delle sabbie aurifere della Dora Baltea che non da effettive miniere, peraltro sempre miticamente descritte ma mai trovate. (Verosimilmente alcune di queste potevano essersi trovate nella Bassa Valle d’Aosta, lungo la dorsale della Val d’Ayas come proposto da Bessone.) Plinio, dal canto suo, ci precisa che le miniere dei Salassi si estendevano fino a Vercelli, mentre Strabone narra di come il vasto impiego di acque nel lavaggio delle sabbie aurifere causasse continui attriti con le popolazioni agricole della piana, a quel tempo già alleate dei Romani.

Nel 143 a.C., durante il Consolato di Appio Claudio, proprio sfruttando uno di questi pretesti, i Romani inviarono le legioni ad affrontare i Salassi, subendo però un terribile rovescio, nel quale l’esercito romano, per loro stessa ammissione, perse più di 5.000 uomini.

Lo scontro avvenne probabilmente sul confine delle terre salasse con quelle dei Taurini alleati di Roma. Il fatto che la tradizione designi quale luogo dell’ultima grande vittoria salassa sui romani le campagne tra Verolengo e Brandizzo è significativo di quanto dovesse estendersi la loro influenza ai tempi di massima espansione.

Tre anni più tardi, nell’estate del 140 a.C. furono i Romani a vincere, e questa volta i Salassi e le tribù loro collegate dovettero ritirarsi nelle valli montane, cedendo le loro aree estrattive meridionali, compresi i famosi sabbioni della Bessa, da allora in poi sfruttati dai Romani stessi.

Appio Claudio per quella vittoria, avendo ucciso più di cinquemila nemici come prescritto, chiese al Senato di Roma di poter celebrare il trionfo; ma in considerazione della sua precedente clamorosa sconfitta tale onore non gli fu accordato, ed egli, per non rinunciarvi, se ne accollò direttamente le spese, aggirando così il divieto del Senato.

Nel 100 avanti Cristo il Senato Romano decise la deduzione in colonia militare di Eporedia (Ivrea) con lo scopo dichiarato di sbarrare la via della pianura alle continue scorrerie e saccheggi operati dai Salassi. Fattori non dichiarati, ma certo non meno determinanti nella deduzione della nuova colonia (che peraltro non servì mai a nulla come argine militare alle periodiche calate a valle dei saccheggiatori Celti come ci informa lo stesso Strabone), furono l’importanza commerciale, dell’ubicazione di Ivrea e la necessità di assegnare la terra ai circa tremila ex-legionari che vennero premiati con un podere per il loro ventennio di servizio, e che vi si stabilirono, come coloni, con familiari, servi e schiavi.

Insediamenti Salassi dovettero tuttavia sopravvivere nel Canavese ancora per parecchi anni senza venir mai del tutto cancellati, come confermato da vari toponimi, quali ad esempio quelli dei paesi di Salassa e di Salussola nei pressi di Ivrea.

 

Negli anni seguenti, nonostante la crescente influenza romana sui Celti Cisalpini, i Salassi mantennero una notevole indipendenza non disdegnando spesso di provocare pericolosamente il gigante Romano.