Numero 6 – Dicembre 1998

Sommario del numero 6

Editoriale pag. 1

Le origini celtiche della simbologia Templare
di Giulio Malvani pag. 3

L’enigma della stele di Turoe
di Adriano Gaspani pag. 10

I Celti discendono dai Sumeri?
di Manlio Farinacci pag. 14

Segnalazioni:

Wittnauer Horn
di Liam A. Silcan pag. 19

Agenda: Manifestazioni Celtiche
di Marco Violet pag. 18

Recensioni:
Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth pag. 2
Il Romanzo di Artù di Stephen Lawhead pag. 9
Il Romanzo di Excalibur di Bernard Cornwell pag. 9


Editoriale

L’origine lontana delle genti dette “celtiche” è tuttora un argomento controverso, sebbene le principali scuole archeologiche concordino con la visione di un ceppo indoeuropeo che, dopo un più o meno lungo stanziamento nelle steppe caucasiche a contatto diretto con popolazioni scitiche, si sarebbe messo in marcia verso il Centro-Europa, giungendovi alfine attraverso i Balcani e dilagandovi attraverso la pianura Padana e il corso dell’alto Danubio. Ma prima, in quell’oscura epoca che vide genti indoeuropee invadere l’egitto e farvi fiorire la civiltà, fondare gli imperi degli Hittiti e dei Marcomanni, dilagare in Grecia dando il via alla “cultura classica” e colonizzare il Lazio ponendo le basi della grandezza di Roma; prima di tutto ciò, chi erano questi “indoeuropei”?

Un originale contributo alle possibili risposte a questa domanda viene qui presentato dall’intervento del Dottor Farinacci, che certo in futuro farà molto discutere.

Venendo a contatto con i popoli megalitici che già popolavano l’Europa i Celti, più di altri gruppi indoeuropei, vi si mescolarono e ne assorbirono profonde conoscenze matematico-astronomiche che ancora oggi affascinano gli archeoastronomi. “L’enigma della stele di Turoe” scritto dal Dottor Adriano Gaspani, ormai noto su queste pagine, ci avvicina un po’ di più proprio a questo tipo di problematiche, ponendo l’accento sui dati archeologici e sulle domande senza risposta che da essi scaturiscono.

Ma poiché la storia umana non passa senza lasciare qualche traccia nelle leggende e nel simbolismo, ecco a completare questo numero della “Revue” un affascinante studio del Dottor Giulio Malvani sulle origini celtiche della simbologia dei Cavalieri del Tempio, più comunemente detti “Templari”.

I rituali, le simbologie iconografiche e le leggende sviluppatisi intorno al loro Ordine non lasciano dubbi sulla matrice culturale delle loro conoscenze esoteriche, più complesso e intrigante diviene invece lo scoprire attraverso quali canali essi alimentarono le proprie conoscenze.

Un numero, questo, decisamente meno archeologico e forse più “filosofico” di quanto sia consueto per la “Revue”; ma siamo in fine d’anno ed in questo periodo i momenti di maggior riflessione e, perché no, talvolta anche di ipotesi a ruota libera, non solo sono consuetudine, ma talvolta possono essere persino utili a svelare nuove e più profique vie di indagine.

S.C.


Le origini celtiche della simbologia templare

di Giulio Malvani

Abstract:
The origins and the mysteries of the Templar
by Giulio Malvani

The only thing we have that tells us about the origin of the Templar is “The story of the crusades” written by Guglielmo di Tiro in which the first builders were french and flemish ryders coming in particular from those lands where the waters are running into the Channel, in the north-west. This is very important as these lands has conserved much better their celtic origins than those of the “Provence” and the “Borgogne” where the Latin has been early introduced.

If we study the symbols of the Templar Order we can see the connections with traditions and myths of the celtic world.

Les origines et les mysteres des Templiers
de Giulio Malvani

La seule source qui nous parvient sur l’origine de l’Ordre du Temple est “L’histoire des cruisades” de Guglielmo di Tiro selon lequel les premiers bâtisseurs seraient tous des chevaliers français et flamands provenant surtout de ce réseau idrographique qui conduit ses eaux à nord-ouest dans la Manche. Ce fait est extrèmement important vu que ces terres par rapport à celles plus latinisées de la Provence et de la Borgogne, avient beaucoup plus conservé les traces de l’ancienne civilisation celtique. D’une analyse du symbolisme templier on peut reconstruire toute une série de liens avec les traditions et les mythes celtiques.

Circa l’origine dell’Ordine del Tempio, l’unica fonte seria di cui disponiamo è la Storia delle Crociate di Guglielmo di Tiro, dove così si legge: “…nelle mani del Patriarca di Gerusalemme votarono castità, povertà e obbedienza… e furono soprattutto due cavalieri il cui nome era Ugo de Paiens, di Troyes e Goffredo di Saint Omer, e gli altri mostrarono di fare la medesima cosa.”

Ma chi furono questi altri? Di sicuro non si sa, di solito si fanno i nomi di Pagano di Montdidier, di Arcibaldo di Saint-Amand, di Andrea di Montbard (zio di San Bernardo), di Goffredo di Bissot (o Bissol), di Ugo di Champagne e di Tibaldo conte di Brie (anch’essa località dello Champagne). Comunque sia, sono tutti cavalieri francesi e fiamminghi provenienti, in gran parte, da quel bacino idrografico le cui acque vanno, a nord-ovest, nella Manica.

È importante questo? Sì, perché queste terre, a differenza di quelle più latinizzate della Provenza e, subordinatamente della Borgogna, avevano maggiormente conservato l’impronta dell’antica civiltà celtica (o gallica, che è la medesima cosa). Quell’impronta cioè (cito le parole di J. Markale) “che ha dato al mondo occidentale il gusto dell’avventura e del rischio, opponendosi alla staticità della civiltà greco romana. Non si è tentato nulla di grande che non affondi le radici nel pensiero celtico. Esiste, alla base di questo atteggiamento, una forza dinamica che rifiuta la quiete, spezza gli angusti limiti dell’arbitrio della ragione, sempre immobile. Il Celta si nutre del passato per costruire l’avvenire e ha sempre lo sguardo volto al difuori, al disopra del reale, verso il mito di Avallon e la magica Terra dell’Eterna Giovinezza (che altro non è se non il nostro Regno dei Morti)~.

Una tale mentalità, è evidente, ben si presta di fare da supporto all’ardito sogno templare che, come noto, si propone di conquistare il Paradiso con la forza delle armi, fidando unicamente in se stessi e nell’aiuto della B.V.Maria, la più nobile e pura di tutte le Dame, e come tale la sola degna di essere invocata ed amata dall’Alta Cavalleria.

I Templari: ossia, dunque e con ogni probabilità, dei cavalieri nelle cui vene scorreva il sangue dei Celti… ma dove possiamo trovare qualcosa che consenta di convalidare questa ipotesi? Nella letteratura celtica, è ovvio, ma non in quella di Francia (del tutto inesisten te) bensì in quella delle Isole Britanniche, ossia in quella gallese ed irlandese (le uniche giunte a noi). Terre, queste del Galles e dell’lrlanda, forse troppo lontane dalla Francia, dalla culla geografica del Tempio? Oggi forse sì, ma non certo al tempo dei Celti o del medioevo, poiché allora la Manica univa assai più che separare, sì che le terre continentali della Gallia del nord-ovest (ossia del bacino della Manica) formavano praticamente un tutt’uno con quelle insulari della Gran Bretagna, e su entrambe le sponde abitavano popoli di stirpe celtica, resi ancor più fratelli dall’avere spesso subìto, nel corso dei secoli, le medesime traversie. Alcuni episodi confermano l’asserto:

-quando Cesare (nel 57-56 a.C.) sottomette Belgica, Bretagna e Normandia, molti abitanti di quelle terre si rifugiano in Inghilterra;

-nel55-54a.C.:Cesare sbarca in GranBretagna, soprattutto per togliere ai Galli ogni illusione circa la forza dei loro fratelli isolani e la conseguente possibilità di ricevere aiuti da parte di questi;

-IV-IX sec. d.C.: le invasioni dei Sassoni e dei Normanni (o Vichinghi) attivano un continuo flusso migratorio dalle isole britanniche verso il continente, con particolare riguardo alla penisola brettone;

-1066: battaglia di Hastings, a seguito della quale il duca di Normandia (Guglielmo il Conquistatore) diviene anche re d’Inghilterra (si noti come in tale occasione l’esercito di Guglielmo fosse costituito, per oltre un terzo, da Brettoni, ansiosi di rimettere piede su quelle terre da cui erano stati cacciati, come sopra si è detto);

-1154: Enrico II Plantageneto cinge la corona d’Inghilterra ed unifica, sotto il suo scettro, le terre dell’isola con quelle continentali ed avite dell’Angiò e della Normandia (sulla Manica) nonché con quelle dell’Aquitania e del Poitou (affacciantesi sull’Atlantico e portategli in dote da Eleonora d’Aquitania). «Allora, -nota un cronista,- alla corte di Londra si parlava francese non meno che a Parigi».

A riprova della comunione spirituale a quei tempi esistente fra i popoli d’Inghiterra e quelli della Gallia sul versante della Manica (della culla del Templarismo, cioè) si ricorda come, subito dopo il Concilio di Troyes, il gran maestro Ugo di Payns abbia iniziato la sua campagna di reclutamento -e di ricerca di fondi- recandosi in Normandia e, subito dopo, in Inghilterra. Il ricordo di tale viaggio è negli Annali del monastero di Waverlia, dove si legge: «… in quell’anno (1128) venne in Inghilterra Ugo de Payns, Maestro della Milizia del Tempio di Gemsalemme, accompagnato da due cavalieri e da due chierici, e percorse tutto questo paese fino alla .Scozia, reclutando per Gerusalemme, e molti presero la croce e partirono, in quello e nell’anno seguente, per Gerusalemme». L’ anno dopo Ugo de Payns si recò nell’Angiò, mentre Goffredo di Saint-Omer percorse la Fiandra.

Tutte terre celtiche, dunque, poiché qui -fra i Celti e gli eredi dei Celti- era più facile trovare gente battagliera, generosa, impulsiva, entusiasta e soprattutto desiderosa di instaurare, fin da questa vita, stretti contatti con l’Aldilà.

Quell’Aldilà che i Cristiani chiamavano “Paradiso”, e che i Celti menzionavano con innumeri e dolcissimi nomi, testimonianti la loro aspirazione ad una vita di assoluta spiritualità (essi lo dicevano, ad esempio, MagMell, “la piana meravigliosa”; Mag Findargat, “la piana d’argento bianco lucente”; Argatnel, “la nuvola d’argento”; Avallon, “l’isola dei pomi del divino sapere”; “castello delle pulzelle”, dove le “pulzelle” erano le anime pure e incontaminate; e via dicendo, con infiniti nomi quasi che l’Aldilà fosse il loro unico amore).

I Templari: ossia l’ultimo grande rifiorire della mentalità e soprattutto della sensibilità celtica. Una conferma di questo asserto la troviamo nel fatto che i misteri di Bafometto, di Baussant, dell’antico sigillo con due cavalieri su un solo cavallo, e dell’orrendo e blasfemo rito contro il Crocifisso, tutto ciò, dunque, come vedremo, può essere spiegato solamente alla luce della cultura e della tradizione celtica.

Cominciamo, dunque, da Bafometto. Bafometto: quell’orrido idolo che (secondo le accuse ufficialmente mosse ai Templari) «ha la forma d ‘Ima lesa d ‘Momo con una gran barba, e viene baciata e adorata nei capitoli provinciali». Innumeri sono state le ipotesi fatte sulla sua etimologia e sul suo significato. Fulcanelli (“Le dimore filosofali”) lo dice essere <~I ‘emblema completo delle tradizioni dell ‘Ordine, usa~o come paradigma esoterico, sigillo della cavalleria e segno di riconoscimento); si tratterebbe dunque, secondo il grande alchimista francese, di un simbolo dell’Arte Reale, e il suono ne deriverebbe dal greco hafeùsnlétis che vuol dire “colui che tinge, ossia che conferisce la saggezza”.

«Bafometto appare quindi -conclude Fulcanelli- come il geroglifico completo della Scienza, rappresentata del resto dalla personalità dell’antico Pan, immagine mitica della Natura in piena attività».

Lo Charpentier (“I misteri dei Templari”) propone la derivazione etimologica da “Mahomet”, e similmente Demurger (“Vita e morte dell’Ordine dei Templari”), concordando col Sicci, dice che la parola Bafometto altro non è che la corruzione di Maometto, e va intesa come il segno della conversione all’Islam di parte dei cavalieri del Tempio.

A citare le ipotesi (o meglio: i voli di fantasia, poiché nulla le suffraga) si potrebbe continuare a lungo. Ma la realtà è assai più semplice e, per scoprirla, è sufficiente ricercare il significato della “testa mozza” presso i Celti (significato peraltro comune a tutti i popoli che affondano le loro radici nelle “terre della steppa”, poiché è là che il culto dei crani ha avuto origine). Anche i progenitori dei Romani venivano di là, dalla steppa; per questo quando, durante gli scavi per le fondamenta del Tempio di Giove Optimo Maximo, venne alla luce una testa umana, il fatto fu interpretato come favorevole auspicio e si predisse che il luogo (Capitolium, da caput humanum) sarebbe divenuto “la testa” dell’Impero.

Anche molte chiese cristiane -sorte in sit:i di forti tradizioni celtiche- fanno ampia mostra di teste e di crani scolpiti; tra le molte si ricordano quella irlandese di Clonfert e quella svizzera di Payerne, entrambe medioevali.

Non v’è poi chi non ricordi il famoso episodio di Alboino, che avrebbe costretto Rosmunda a bere in un calice fatto col cranio di suo padre Cunimondo, re dei Gepidi.

Insulto per il morto? No, tutt’altro, poiché il cranio era considerato ricettacolo dei poteri -intellettuali e spirituali- dell’uomo; per tale motivo si conservavano accura tamente le teste dei nemici uccisi, inchiodandole sull’arçhitrave della porta di casa con quelle dei valorosi, poi, si facevano preziose coppe nelle quali, col più profondo rispetto, si beveva il vino (bevanda magica) durante le grandi solennità. Le leggende celtiche sono piene di racconti in cui si parla del potere occulto dei crani. Finn, il capo dei Fianna (mitici guerrieri d’Irlanda), apprende molte cose sul passato di Oisin, suo figlio, col solo imporgli le mani sul capo.

Un antico racconto gallese narra di Peredur -giovane e prode cavaliere corrispondente, a un dipresso, al nostro Parsifal- che, entrato in un castello, avrebbe assistito ad una strana processione: prima due valletti con una enorme lancia da cui colavano tre rivi di sangue; poi due fanciulle «che portavano un vassoio sul quale si trovava la testa di lm uomo immersa nel suo sangue e qui, come si vede, la testa mozza tiene l’esatto, magico e salvifico ruolo che la coppa del Graal avrà poi nella letteratura cristiana.

Assai interessante è il racconto (sempre gallese) intitolato “Branwen, figlia di Llyr”, dove si menziona un mitico eroe, Brân, che prossimo a morte per una ferita di lancia awelenata, avrebbe ordinato ai suoi amici di tagliargli la testa, dicendo «prendete la mia testa e portatela con voi; per voi essa sarà una compagnia piacevole, e ne avrete gioia come se io fossi con voi; inoltre essa sempre vi proteggerà e terrà lontano ogni flagello dalle vostre terre»; così realmente avvenne, sì che essi trascorsero il tempo nell’ahbondanza e nella letizia, e per quante sofferenze avessero viste, per quante ne avessero patite, non ne serbarono memoria, come più non ricordavano alcun dolore al mondo.

Quanto ai Germani (parenti stretti dei Celti, o forse Celti essi stessi e addirittura nucleo originario e più puro di tale stirpe, come taluno asserisce), è nota la strofa XLVI del canto della “Voluspà” (“la veggente”) in cui si descnve l’atmosfera cupa regnante nelle Alte Aule degli Dei all’approssimarsi del ragna rok (il Crepuscolo degli Dei, ossia la fine di questa Era, di questo nostro Mondo); così vi si legge:

«liete si apprestano a combattere le Forze del Male e già calpestano il Ponte che adduce ai Troni degli Dei; il destino ormai sta per compiersi e Heimdallr, il santo custode, suona a gran forza il grande corno di guerra; in silenzio, Odino conversa con la testa di Mimir e da lei cerca consiglio».

Grande era ritenuto infatti il sapere delle teste dei morti: se le si interrogava in maniera opportuna, tutto da loro si poteva apprendere. M.Eliade, noto studioso di storia delle religioni, sottolinea come «la divinazione a mezzo della testa mummificata di Mimir ricordi la divinazione mediante i crani di antenati sciamani praticata dagli Yukaghiri delle steppe asiatiche. Ma questo non deve meravigliare poiché entrambe le culture (la celtica e la germanica) hanno conservato numerosissimi ed evidenti tratti sciamanici.

Anche il Cristianesimo, come noto, ha sempre onorato una testa mozza, quella del Battista. . il che spiega il grande culto riservato a tale Santo proprio dai Templari.

Questo è dunque il significato del famoso idolo, Bafometto. A conferma di tale ipotesi, ecco ora quella che sembra essere la sua corretta etimologia: dall’anglosassone hoff n mat che vuol dire “il sapiente opaco”; opaco e dunque “morto, ormai entrato nei Regni dell’Aldilà (..) la sapienza che è insita in ogni testa mozza”, potremmo più chiaramente dire.

Anche il Baussant, il famoso vessillo templare, trova la sua spiegazione nella tradizione celtica. Anzitutto due parole sull’etimologia che non va ricercata, come è stato fantasiosamente proposto, né in beau sang (il bel sangue”), né in vaut cent (“vale cento”), ma assai più semplicemente nell’antico termine baussant che compare nel vocabolario francese e significa “di due colori”; inizialmente fu applicato al mantello dei cavalieri, poi fu esteso all’araldica quale sinonimo di “bipartito”. Questa è, dunque, l’etimologia.

Circa il suo significato filosofico, risulta chiaro dal racconto irlandese “La razzia del bestiame di Cooley” (“Táin Bó Cuailnge”) da cui apprendiamo come, un tempo, vi fossero due grandi amici, tra i quali però la malignità della gente seminò l’invidia. sì che presero a combattersi senzaposa assumendo le sembianze di vari animali, con valenze sia positive che negative, infine si trasformarono in due splendidi tori, uno bianco immacolato ed uno tutto nero (detto, quest’ultimo, il “bruno di Cuailnge”). Tremenda fu la lotta fra i due tori ed il Nero nella sua furia tuho distrusse ahorno a lui (anche le Forze del Male); poi entrambi morirono e nessuno poté dire chi fosse stato il vincitore.

L’insegnamento del racconto (tuho scandito sul duale, vera”fissazione” celtica!) è evidente: tuho, quaggiù, è determinato dalla loha tra due principi, Bianco e Nero, ossia Vita e MGrte, Creazione e Dissoluzione; all’ultimo -alla fine del Mondo- sembrerà che prevalga il Nero, la Dissoluzione, ma in realtà non sarà così poiché essa -proprio in quanto principio dissolutore- distruggerà anche se stessa.

Circa l’origine di tale contesa, nulla di preciso si può dire: infahti le due Forze all’inizio -ossia quando stavano ancora “nel grembo di Dio”- erano amiche fra loro e non perdevano occasione per amorevolmente aiutarsi a vicenda… ma poi tutto cambiò… o forse no, forse anche ora, quaggiù, nulla è cambiato poiché le Forze di Vita -col loro fascino luminoso- prepotentemente ci attirano verso l’Alto, mentre le Forze della Dissoluzione, con gli infiniti dolori che ci procurano, costituiscono i gradini necessari per compiere la difficile ascesa.

Altro racconto celtico, assai istruttivo per quanto attiene la dualità, è quello intitolato “La navigazione della barca di Maèl Dùin”, dove si narra di «un’isola divisa in due da uno steccato di bronzo (bronzo: metallo di morte e di dolore, e quindi simbolo della crudele Legge del Divenire). Da una parte dello steccato vi era un gregge bianco, dall ‘altra uno nero. Un gigante separava le greggi. Ogni volta che metteva una pecora bianca al di là dello steccato fra le pecore nere, essa diventava subito nera; e ogni volta che una pecora nera era messa fra le bianche, subito diventava bianca». Il significato è chiaro: il gigante è il Fato, è l’imperscrutabile volontà di Dio, quella che a suo piacere provoca il cambiamento di colore delle pecore, ossia trasmuta le Forze di Dissoluzione in Forze di Vita e viceversa. Ma noi, poveri uomini, come potremo mai stabilire ciò che è Bene e ciò che è Male? Altro non ci resta che vivere la nostra vita di lotte e di sofferenze in umiltà, senza mai azzardare giudizi sul comportamento del nostro prossimo… “Non giudicate e non sarete giucati”, è stato infatti detto da Gesù; ed i Templari, ossequienti a questo comandamento, mai hanno esitato ad accogliere gli scomunicati nelle loro file, né ad intrattenere amiche voli rapporti con i seguaci dell’Islam.

Baussant, ovviamente, compare anche nel grande gioco celtico, quello degli scacchi, che si svolgeva su una scacchiera detta fidchell (“il legno dell’intelligenza”) ed era appannaggio degli Dei, dei Re e dei guerrieri: ossia di coloro i quali, manovrando opportunamente le Forze del Bianco e del Nero, potevano determinare le sorti dei popoli (per l’enorme diffusione di questo gioco presso i Celti ed i Germani, si veda, ad esempio: Edda, Voluspà, VIII e LXI; il racconto irlandese de “Il sogno di Ronabwy”; i racconti irlandesi de”Il corteggiamento di Étain” e “La battaglia di Mag Tuireadh”; e così via). Ma Baussant -se considerato sotto l’ottica celtica- fornisce un altro importante ammaestramento, in perfetta sintonia con la filosofia cavalleresca. Baussant, lo stendardo dai due colori… ma cosa separa fra loro questi due colori, che possono essere intesi come simboli del Mondo (il Nero) e del Sovramondo (il Bianco)? Li separa solamente una linea, una sottilissima linea, e chi saprà superarla diverrà purissimo Eroe, signore del Cielo e della Terra (o di “entrambe le spade”, per usare la terminologia del Graal).

Ma come si fa a superare questa impercettibile linea (linea adombrata, in altri racconti, dal “guado periglioso”, dal “ponte sottile come il filo di una spada”, dalla “porta che si apre per una frazione di secondo e poi subito si chiude”; Gesù, nel Vangelo di Matteo, le dà il nome di “porta stretta”, ed è la porta della Morte)?

Un metodo c’è, per attraversarla, ed i Celti ne parlavano come di avanture. Avanture (da noi si dice “avventura”, ma il senso è troppo materiale, e quindi ristretto e limitativo) è un’impresa straordinaria in cui uno è chiamato a dare alta e nobile prova di sé, della sua capacità di trascendere le normali limitazioni umane: la paura della Morte e dell’Ignoto, in primo luogo. Cercare l’avanture: ossia balzare in sella, armarsi di lancia e spada e gettarsi a capofitto nella mischia, tanto meglio se si è stanchi e soli, se i nemici sono molti e agguerriti. Tanto meglio: perché allora maggiormente rifulgerà il nostro potere spirituale (è sempre il nostro Spirito che domina la Materia!) e Dio si manifesterà in noi dando forza al nostro braccio e aiutandoci a sviare i più pericolosi colpi dell’avversario.

L’avanture: ossia l’irruzione del Sacro nel Profano, la fusione, in un unico colore, del Bianco e del Nero di Baussant. L’avanture: è per suo amore che i Templari -secondo Giacomo di Vitry- «tutte le volte che li si chiamava alle armi, mai chiedevano quanti fossero i nemici, ma unicamente in qual luogo essi si trovassero».

Veniamo ora alla questione dell’ antico sigillo templare raffigurante due cavalieri montati su un solo cavallo, e sul quale molti si sono commossi pensando che i primi Templari fossero così poveri da non avere neanche un cavallo a testa!… Assurdo! Si tratta invece di un simbolo “duale” che si riporta, per di più, all’antica cavalleria celtica, così descritta da Gerhard Herm (“Il mistero dei Celti”): «sul cavallo stavano due cavalieri: l’uno lanciava i giavellotti durante la carica e quindi smontava, l’altro, tirato da parte e impastoiato il cavallo, dava di piglio, come il compagno, alla spada o alla lancia».

Celtico è altresì -come significato- quel famoso rito blasfemo di cui così si legge nelle accuse rivolte ai Templari: «quelli che sono ricevuti nell’Ordine… vengono condotti dietro l’altare e in Sacrestia, e il Maestro mostra loro la Croce con la figura di Nostro Signore, e ordina loro di rinnegarlo tre volte, e per tre volte di sputare sulla Croce».

Già quell’ insistere sul numero tre dovrebbe metterci sull’avviso, poiché la triade indica un modo di pensare tipicamente celtico (per i Celti, infatti, ogni essere, ogni cosa, ogni concetto è trino e suscettibile di essere inteso, e di manifestarsi, su tre piani diversi); di conseguenza anche il rito di cui trattasi è da ritenere celtico e indubbia mente connesso con quei “riti di iniziazione guerriera” che prevedevano una iniziale presa di contatto con le Potenze degli Inferi (ossia con gli avversari di Cristo, Signore dei Cieli e della Vita).

Per questo Cú Chulainn, il mitico eroe irlandese, per imparare l’arte dei guerrieri dovette scendere nel Paese delle Ombre e qui recarsi dalla loro regina, Scathach “la Tenebrosa”.

Anche Finn, il comandante dei Fianna d’Irlanda, per vincere il Re del Mondo (Signore di ogni Negatività) fu costretto ad inviare un messaggero nel Regno dei Morti per cercarvi la magica spada forgiata dal fabbro dei Fomori (ossia le Forze Infere e di Dissoluzione per eccellenza).

Il guerriero, infatti, deve divenire maestro nell’arte di uccidere e quindi non può fare a meno -almeno inizialmente- di prendere stretto contatto con i Demoni della Morte e di ogni Negatività… poi, però, dovrà riscattarsi impiegando la sua spada unicamente a fin di bene e mai per sé, ma per gli altri o, meglio ancora, per l’infinita gloria di Dio. Per questo il motto dei Templari era: «Non a noi, Signore, non a noi, ma unicamente al Tuo Santo Nome dai gloria!».

Per questo -similmente e come già accennato- i Templari grandemente onoravano San Giovanni Battista: si diceva infatti che anch’egli, dopo morto, fosse sceso agli Inferi, per familiarizzare con i Demoni e predicare fra loro la dolce Parola di Gesù (e il Suo sarebbe stato il “Quinto Vangelo”, a noi ignoto).

Squisitamente celtico, infine, è l’appassionato culto templare per la Vergine Maria. Nessun popolo, forse, ha onorato la Donna più dei Celti che vedevano in lei quasi un trait-d’union con l’Aldilà, poiché la riconoscevano più pronta dell’uomo a percepire le voci dell’Occulto, forse in virtù di una maggiore sensibilità psichica e di un più raffinato, misterioso intuito.

Per questo il guerriero riceveva le armi da una Dama, e spesso la filiazione uterina faceva premio su quella paterna; per questo accanto ai collegi dei Druidi si trovavano comunità di sacerdotesse celtiche, e ovunque la donna partecipava alla vita da pari a pari con l’uomo, specie se questo era suo sposo.

Per questo, pur essendo la religione celtica squisitamente solare, la somma divinità era una Dea; a chi chiedeva loro ragione di tale apparente contraddizione, essi rispondevano: «Così è anche nel volgere del giorno: il Sole è superiore alle tenebre della Notte, ma è dal mistero di queste che Egli si leva radioso ogni mattino».

Il culto dellaVergine Madre presso i Templari: per ben comprenderne l’intensità, nulla vi è di meglio che rileggere gli antichi regolamenti dell’ Ordine, in cui è scritto: «le orazioni a Nostra Signora si devono recitare ogni giorno, per prime, nella Magione, salvo la compieta di Nostra Signora che si recita tutti i giorni, nella Magione, per ultima, poiché nel Nome di Nostra Signora ebbe inizio il nostro Ordine, e in Suo onore, se Dio vuole, sarà la fine della nostra vita e dell’Ordine stesso, quando a Dio piacerà che ciò accada».

Nostra Signora: in Irlanda la si diceva Morrigán (“la grande Regina”), e presiedeva alla Vita e alla Morte; era altresì possente Signora della Guerra, là dove Vita e Morte sempre inestricabilmente si fondono.

Un altro inequivocabile indizio delle radici celtiche dei Templari si ha nella concezione del “monaco-cavaliere”.

Per noi, abituati alla tripartizione indoeuropea (che vuole la società scandita in tre classi: oratores, bellatores e lahoratores), l’idea sembra un po’ strana.

Ma non così per i Celti, abituati da sempre a vedere nei Druidi dei sacerdoti guerrieri e, nei guerrieri, dei Druidi in armi (si veda, ad esempio: Mago Merlino che, alla testa dei cavalieri di Re Artù, combatte sotto le mura di Carohaise; Cé, il druido di Re Nuada, che muore per le ferite riportate alla battaglia di Mag Tuireadh; e Finn il grande guerriero d’Irlanda, che in più occasioni si dimostra assai esperto nelle arti druidiche: era infatti suo compito difendere la Patria non solamente contro gli attacchi degli uomini, ma anche contro quelli degli Spiriti cattivi).

Né il Cristianesimo (almeno nei primi tempi) riuscì a modificare molto le cose, poiché gli abati irlandesi continuarono ad officiare con la lancia in pugno, ed i monaci a cingere la spada (così, ancora nel XII secolo, riferisce un chierico gallese).

Sempre, là dove erano ancora vive le tradizioni celtiche, si ragionò così: poiché giustamente si riteneva che la guerra fosse cosa non da uomini ma da Eroi, sì che per combatterla occorrevano guerrieri capaci di trascendere la condizione profana e di prendere contatto col Mondo del Sacro. Occorrevano, insomma, “monaci-cavalieri”: i Templari, dunque.


Bibliografia

G.Malvani, “Della sapienzialità Templare”, Edizioni Penne & Papiri, Latina 1997
G.Herm, “Il Mistero dei Celti”, Garzanti, Milano 1982.
F.Le Roux-C.J.Guyonvarc’h, “La civiltà celtica”, Ed. Il Cavallo Nero, 1987.
J.Filip, “I Celti alle origini dell’Europa”, Newton Compton, Roma 1980.
M.Riemschneider, “La religione dei Celti”, Ed. Il Falco, 1979.
Piggots, “Il mistero dei Druidi”, Newton Compton, Roma 1988.


L’enigma della stele di turoe di Adriano Gaspani

Abstract:
The enigma of the Turoe stele
by Adriano Gaspani

Some of the most important findings of the celtic civilization in Europe during the Iron Age are the stele in granite, carved and decorated with geometric designs. The Turoe stele is a cylindrical monolithic in granite coming from the period between the Ist century B.C. and the Ist century A.D. and has been found during an excavation in the year 1938 in Ireland, at Feerwore, near Galway. Looking at the decorations on the stele we can admire something of extraordinary beauty, in particular the spirals and the way they are represented. Unfortunately we don’t know its function but we suppose it was connected to the worship and that its decorations had certainly a meaning and a symbolic value. Furthermore we suppose that the people that used the stele during the cerimonies were the Druids, the ones holding the astronomic knowledge of the Time.

Abrégé:
L’enigme de la stèle de Turoe
de Adriano Gaspani

Parmi les pièces archéologiques les plus importantes de la civilisation celtique qui s’est développée en Europe pendant la période du Fer sont sûrement les stèles de granit sculptées et décorées avec des dessins géométriques. La stèle de Turoe est un monolithe en granit à la forme d’un cylindre qui remonte à une période entre le Ier siècle avant J. C. et le Ier siècle après J.C. et fut retrouvée pendant une fouille en l’an 1938 en Irlande, à Feerwore, aux alentours de Galway. D’une analyse des représentations de la stèle de Turoe on reconnait une caractéristique fondamentale de la décoration qui va au delà des questions esthétiques. Cela devient particulièrement évident si l’on examine les spirales représentées et si l’on mesure les dimensions des rayons de courbure.

On ne connait pas la fonction originelle de la stèle de Turoe mais on pense qu’elle était liée au culte et que ses décorations avaient une précise valeur symbolique et de codification pour quelque information. On croit en effet que les personnes qui ont érigé la stèle étaient les Druides, les gardiens du savoir astronomique du Temps.


I CELTI DISCENDONO DAI SUMERI?

Sulle tracce di curiose coincidenze

di Manlio Farinacci

Abstract:
Celts or Sumerians?
by Manlio Farinacci

The first movings of the Celts from their places to the north of Iran and India, called Ariana, where to the East Indus valley and the valley of Tigris and West Euphrates more or less 10.000 years B.C.

Some curious caracteristics of the language and some references to the historical events let us think about a possible contact with a population named “Sumerian”.

Les Celtes desendent ils des Sumers?
de Manlio Farinacci

Les premiers déplacements des Celtes de leur territoire au nord de la Perse et de l’Inde, appelé Ariana, furent dirigés selon l’histoire, vers la vallée du fleuve Indo en orient et vers la vallée du Tigris et Euphrates en occident au cours du 10.000 a.J.C.environ.

Des curieuses caractéristiques linguistiques et des extraits historiques font penser a un probable contact avec des populations appelées “Sumériennes”.

I primi spostamenti dei Celti dal loro territorio situato a Nord della Persia e dell’India, chiamato l’Ariana, avvennero secondo quanto è riportato, verso la valle dell’Indo a Oriente e quella del Tigri e dell’Eufrate Occidente circa il decimo millennio Avanti Cristo.

Anteriormente al primo millennio Avanti Cristo ma senza date precise essi furono riportati variamente in Europa specialmente nelle Isole Britanniche coi nomi di Gaelici e Goidelici e in Italia Centrale col nome di Protocelti.

Questi, in piccole masse combattive, erano tutti guerrieri tagliatori di teste di cui facevano orgogliosa mostra appendendole davanti alle loro capanne (O. Launay).

Si definivano vanagloriosamente “Gal” che nella loro lingua significa “potente, coraggioso”, e anche “grande condottiero”. (…)

La loro lingua si arricchì di vocaboli dei finitimi persiani e tribù semitico-accadiche in conseguenza dei presumibili contatti per scambi commerciali e per l’avvento di regnanti di diversa cultura molto spesso alternatisi subendo così anche variazioni di pronuncia di alcune parole della propria lingua.

Infatti la “c” dura della loro lingua per l’influenza di quelle semitiche acquisì un suono fortemente aspirato, simile ad una “h”, quello cioè che troviamo nella pronuncia toscana della “c” intervocalica, mentre in altre combinazioni sillabiche essa conservò il suono di “k”.

Quella lingua celto-sumerica in cui sono tutte le stesse vocali e le due semivocali “w” e “y” oltre al continuo non regolare scambio tra “b” e “p”, tra “g, k” e “q” e altri adattamenti locali come dimostra ad esempio il noto immortalato nome di “Nabucodonosor” che di venne anche “Nabukuburriusur, lu gal sha Babeli” significante “Nabucodonosor il grande Re di Babilonia”, come pure “Nebuchadnezzar” e altre versioni sempre dovute a qualche diversità delle componenti del nome di natura agglutinante.

Un piccolo esempio di parole celto-sumemiche chiamate poi indoeuropee possiamo vederlo nel celto-sumerico “gauh”, “bue”, divenuto “cow” in inglese (pronunciato “cau”) e “kuh” in tedesco col significato di “vacca”.

Parimenti “lu gal” sumerico è una testimonianza dell’origine gallo-celtica della loro lingua il che troviamo anche in nomi dell’accadico e nei suoi dialetti assiro e babilonese.

Al rinvenimento delle pietre o tavolette con incisi caratteri cuneiformi. ora conservate al British Museum di Londra, nella loro prima lettura non si capì che la lingua sumerica era di tipo agglutinante (vedi l’ungherese e il finnico) le cui componenti erano in maggioranza celto-sanscrite.

Vedere infatti l’esempio del nome del Re di Uruk predecessore di Sargon I° scritto in un unica parola e cioè “Lugalzagesi” che è formato dalle tre parole “Lu-gal-zagesi” che proprio in celtico significano “Il potente calcolatore”.

Anche il Re della dinastia Cassita chiamato “Kurigalzu” aveva un nome agglutinante scindibile in Kuri-gal-zu ” .

Quando il Re Sargon I° salì al trono nel 2334 Avanti Cristo, usò nella scrittura il suo dialetto accadico ma verso il 2200 a.C. si tornò a scrivere e usare di nuovo nell’Amministrazione il sumerico (fu questa continuativa alternanza che trasformò il sumerico in etrusco come proporremo.).

Anche secondo quanto scriveva “Le Scienze” n° 261 del Maggio 1996 “…gran parte delle lingue occidentali deriva da una ramificazione orientale…. Contatti con lingue semitiche in Mesopotamia portarono al l’adozione di numerose parole straniere.”

Il non riconoscimento fino ad epoca recente del sumerico come lingua indoeuropea in quanto questo popolo lo si presumeva scomparso dalla Storia e le tavolette con scrittura cuneiforme non erano state ancora trovate, non ha tenuto presente il fatto che tutte le popolazioni del Medio Oriente hanno sempre aspirato a raggiungere le terre dove “il sole non tramonta mai” e che quindi si siano spostate nei secoli verso occidente seguendo proprio il corso del Sole. Per terra risalendo il corso del Danubio, per mare con zatteroni alla deriva trasportati dalle correnti in prossimità delle Coste Nord-mediterranee.

I Sumeri dunque in questi spostamenti via mare sarebbero approdati nelle coste tirreniche a nord dello sbocco del Tevere nel territorio già abitato dai Protocelti, riportati nell’albero genealogico delle lingue indoeuropee dei sovietici-caucasici Gankrelidge e Ivanovic e dal tedesco A. Schleicher, respingendoli man mano nella loro espansione, verso le zone sabine ed umbre attuali come riportato nel testo di Storia delle Scuole Pontificie del 1789.

Che i Protocelti abbiano abitato anche le coste della Toscana e dal Lazio è testimoniato dal fatto che in alcune tombe di Tuscania furono trovate alcune Svastiche attribuite ai Celti ivi insediati prima dell’arrivo degli Etruschi dai quali essi furono respinti verso l’attuale Umbria della riva sinistra del Tevere. In queste zone a etnia mista oltre le svastiche si trovano altri reperti tipici dei Celti quali le Rune (la Runa Raido significante “il viaggio dell’anima dopo la morte vastamente ripetuta, nella roccia di soffitta a volta, d’una tomba etrusca sulla sponda di un torrente presso Baschi e un bacino femminile della fecondità tipicamente celtico, nella stessa zona.

Siccome simili reperti sono rinvenibili soltanto nelle zone di confine non li si può attribuire decisamente alla cultura sumero-etrusca avente la stessa origine ma diverso sviluppo in quanto detti reperti non li si rinviene in altre zone a etnia prettamente etrusca.

A testimoniare il protrarsi nei secoli delle lotte in Italia centrale tra i Sumeri chiamati ormai Etruschi (dal celtico “Tursh” che significa arcigno, altezzoso, e riportato nelle Tavole Iguvine come Tursce) e i Protocelti chiamati ormai Galli da Gal = coraggioso, le quali lotte culminarono in periodo storico con l’occupazione di Roma nel 387 a.C. perché considerata etrusca e quindi da debellare da parte dei Celti Galli e Sanniti, esistono il sarcofago dell’Abbazia di Farfa in Sabina in cui sono raffigurati gli Etruschi a cavallo e coperti di vestiario in combattimento contro i Celti nudi e a terra, quello di Pieve di Perugia con la stessa raffigurazione e infine quello del museo Celtico di Treviri in Germania di cui non si conosce la provenienza italica, anche questo con la stessa raffigurazione.

L’accordo di confine che pose fine agli scontri invece raggiunto pacificamente tra Etruschi e Celti, Tursce e Naharci (Celti del Nera) delle Tavole Iguvine, nella città sacra del paganesimo celtico non dissimile da quello etrusco per simbolismo e riti comuni, accordo limitato alla zona sacra dell’attuale città di Gubbio, è dimostrato dal nome accadico-sumerico di Ekibié (nome dell’Arca della Alleanza Ebraica) latinizzato, nel riportarlo, in Agabium, col suo significato appunto di Accordo o Alleanza sacra, e che è divenuto in italiano Gubbio dall’Agobbio menzionato come tale da Dante Alighieri nella Divina Commedia parlando di “Oderisi d’Agobbio”.

L’analogia tra la Valle Ternana e quella di “Nocera Umbra-Gualdo Tadino” con a occidente di entrambe relativamente Carsulae e Agobium, la si desume dalle ricerche archeologiche, storiche, linguistiche e di con figurazione orografica, effettuate dallo studioso Sante Cioli.

Infatti al centro di dette Valli, egli fa rilevare, come per quella ternana vi è il paese di Cesi sotto la “penna” di Sant’Erasmo e il monte sacro di Torre Maggiore con in cima i suoi Santuari, in quella Nocerina vi è il paese di Colle sotto il monte la “Penna” e il Monte Merlana con in cima i suoi Santuari.

Il toponimo Merlana non è che l’italianizzazione ortografica del gallo-celtico “Maer” che si pronuncia “Mer” e significa “Maggiore” e “llana” che è il plurale di “llan” che significa “santuari”. Quindi “Merlana” è Santuari Maggiori analoga a Torre Maggiore.

La presumibile epoca dell’arrivo sulle coste Tirreniche di questi Sumeri combaciante con quella altrettanto presumibile dell’arrivo degli Etruschi in detta medesima zona, con la loro lingua misto di sanscrito e persiano come dimostrato recentemente dal Bernardini Marzolla nel libro “L’Etrusco una lingua ritrovata”, e le varie particolarità della pronuncia toscana in rapporto a quelle semitiche attuali, potrebbe convalidare molto logicamente la tesi che i Sumeri ritenuti misteriosamente scomparsi dalla Storia o assorbiti dagli ebrei secondo qualche tesi di costoro, siano in realtà gli Etruschi.

Anche essi quindi di origine celtica come ora si sta tentando di dimostrare con ulteriori tesi a volte anche azzardate secondo il nostro parere, benché apparente mente tutte logiche e verosimili.

Il fatto che nelle Tavole Iguvine sia specificato che “dai Riti della Confraternita degli Atiedii in Gubbio siano tenuti lontano i Tursce (Etruschi) e i Naharci (Celti Umru)” deve suggerire l’idea che i Celti di tutta la riva sinistra del Tevere estendentisi fino alla riva destra del Nera (Nahars) venivano chiamati Naharci, cioè popolazioni del Nera, non in quanto tali per i loro insediamenti presso il fiume i quali invece si estendevano fino a Nord nelle Marche anch’esse celtiche, ma perché appartenenti alla religione che aveva i suoi centri più importanti presso il Nera (zona di Terni) che dava loro il nome, con al centro di essa la Montagna Cosmica di Torre Maggiore (Terra Majura) e Carsulae (Car-suli) capitale o città sacra del Paganesimo celto-germanico. Questa quando fu chiaramente minacciata dal Benedettismo della Chiesa Cattolica provocò le invasioni dei Longobardi che si insediarono a Spoleto in sua difesa, come poi a Benevento in difesa di Juvanum, Sepino ecc. nel Sannio e a Pavia in difesa della Celtica-Padania.

La grande vallata di Nocera Umbra con inclusa Gualdo Tadino, confinante con Gubbio al suo occidente come abbiamo già riportato, secondo i reperti archeologici celtici di ogni tipo in essa scoperti, inclusi i toponimi e la sua configurazione orografica era analoga a quel la di Interamna (Terni), come risulta ripetiamo dalle lunghe accurate ricerche dello studioso Sante Cioli di Colle di Nocera, per cui non essendo detta Valle situata presso il Nera, i suoi abitanti Celti Umru “da tener lontani dai Riti degli Atiedi” non potevano esser chiamati Naharci se non per “appartenenza religiosa”.

Se la detta Civiltà Sumerica di cui stiamo parlando in relazione agli Etruschi, che per importanza fu la prima del Medio Oriente, non era mai stata definita celtica per mancanza di informazione, (la scoperta delle tavolette sumeriche con scrittura cuneiforme è molto recente) quella del terzo e secondo millennio Avanti Cristo fiorita in zone diametralmente opposte e cioè presso le Coste del Mediterraneo orientale, vagamente ubicate tra Galazia (Anatolia) e Galilea, è sempre stata definita come grande civiltà indoeuropea.

Quella cioè degli Ittiti, guarda caso anch’essi scomparsi dalla Storia.

(Scherzi dei Concili di Laodicea e Nicea ?)

Alcuni ricercatori affacciano l’idea che gli Ittiti fossero frange sumeriche verificatesi nello spostamento verso occidente appunto dei Sumeri erranti non inglobati nei Caldei, i Babilonesi e gli Accadi, basandosi su analogie linguistiche e culturali nonché sulle datazioni.

Ebbene, studi approfonditi sono in corso di effettuazione partendo dalla considerazione che gli Ittiti in quanto Celti erano parimenti ai Galilei e i Galati, adoratori del Sole, chiamati Esseni in Galilea come lo fu il Gesù di Nazareth (Rotoli di Qumram). Figli dunque e adoratori del Sole.

Le ricerche linguistiche, oltre a quelle archeologiche che forniscono reperti di una simbologia del tutto identica in molti casi farebbero individuare gli Ittiti poi nei Troiani. Quindi non popolazioni scomparse anche questi ma sempre spostantisi verso l’occidente dove il Sole non tramonta mai.

Non ci dilungheremo molto su questo argomento per altro a volte anche controverso ma faremo presente che se il Sole in galileo-aramaico Aesun ha dato il nome di Aessen ossia Esseni ai Celto-galilei, essendo i Troiani adoratori del Sole in quanto Ittiti, furono chiamati da coloro che li portarono alla ribalta storica, cioè i Greci, col nome del sole in lingua greca che è Elios (pronuncia Ilios).

Da cui invece di Esseni il nome collettivo di Ilion accanto a quello di Frigi o Troiani derivanti da Tros, nipote di Dardano Re della Frigia, che fondò la città di Troia.

Allora quando Virgilio nel Sesto Libro dell’Eneide riporta i Teucri o Troiani fondatori di Roma, col suo linguaggio esoterico ormai dimostrato intendeva i Celti che non taceva provenire dalla Valnerina Umbra come Terenzio Varrone, ma dalla Troade immortalata dai poemi omerici.

L’Impero Romano richiedeva ora origini più nobili di quelle dei pastori umbri Romolo e Remo e, Virgilio, celta di Mantova, lascia però comprendere la celticità dei Teucri facendoli attestare originariamente “per chiedere protezione”, in Sabina molto lontano dal loro approdo, presso la reggia del Re Picus, (mai esistito) ma che in realtà era il Dio Fallo adorato dai Celti (Picus latino è il Picun celtico che significa Fallo).

Perché i Celti ribadiamo erano adoratori del Sole e del Dio Fallo (Bel-ten) protettore della procreazione e della fecondità in generale. E la “protezione” richiesta dai Teucri era solo di questo genere. A Carsulae il primo Santuario salendo la Via Sacra venendo dalle Terme era quello fallico e l’ultimo era quello del Sole.

Per quanto riguarda la lingua sumerica che presumiamo di ritrovare come sottofondo del toscano diverso dall’Umru per gli apporti persiani e semitici, riporteremo che il nome maschile sumero-accadico Awil (“to my brother Awil” del testo inglese che ne tratta ) lo troviamo solo in un reperto celtico di Todi come Awile, quella Todi considerata porta etrusca verso la Celtica il cui nome etrusco originario era Tular che significa appunto Porta (Tor in umru) divenuta poi Tuder in latino.

Non sappiamo se in qualche scritta etrusca vi sia altro caso di Awile.

Secondo qualche glottologo germanico “Awil” potrebbe essere anche “Aghil” dato che la “w” nelle lingue europee diventa spesso “gh” come in italiano Wald diventa Gualdo, Walter diventa Gualtiero ecc., il che potrebbe essersi verificato nel nome Awil sanscrito divenuto Achil(eos) in greco.

L’Achille dell’lliade infatti ha origine sanscrita-vedica dato che l’Iliade omerico è l’adattamento in ambiente greco del poema sanscrito Mahaharatta come l’Odissea lo è del Ramajana e le Favole di Esopo lo sono del Pancha Tantra. (Odisseus che si perde nei mari è la trasposizione del principe Rama che si perde nelle foreste dell’India).

I Troiani, alias Ittiti, ne sarebbero stati i portatori oralmente in Grecia e quindi in Europa.

Questo contribuisce a determinare da quando sono state effettuate le comparazioni, che la Cultura Classica era di origine indoeuropea parimenti alle lingue che come l’etrusco irriconoscibile come celto-sumerico al primo impatto aveva subìto apporti e adattamenti nell’alternarsi, come lingua del potere, del sumerico all’accadico e al babilonese. Come riportato da vari studiosi d’Israele con motivazioni e spiegazioni molto convincenti. Che i testi del Mahabaratta, Ramajana e Pancha Tantra siano stati portati oralmente dagli Ittiti o Teucri verso la Grecia e un fantomatico ipotizzato Omero li abbia trascritti, riportandolo tra il nono e settimo secolo Avanti Cristo, potrebbe essere dimostrato dal fatto, oltre che dalle date approssimativamente combacianti, che in Europa non si è mai trovato nulla che fosse stato scritto dai Celti perché i Druidi non insegnavano a scrivere in quanto “conoscere” doveva significare “ricordare a memoria”.

Giusto perché ciò che fosse stato scritto e non affidato alla sola memoria sarebbe stato prima o poi dimenticato. La sola scrittura usata e riservata ai Druidi era quella con segni runici per le invocazioni agli Dei.

Si spiega così allora il mistero dei due poemi di Omero definito variamente scrittore o poeta ma non autore la cui esistenza perfino è messa in dubbio.

Le prime popolazioni dell’Italia Centrale dunque insediate dal Tirreno all’Adriatico (Sabina, Umbria, Marche) furono come già detto i Celti, chiamati Galli, che lo sbarco degli Etruschi sulle coste del Tirreno, spinse verso l’interno della Penisola, nella zona tra il Tevere e le sponde del Nera.

Poi la discesa dei Galli Senoni dalla Padania lungo le coste adriatiche spinse anche qui i Celti verso l’interno e così cominciò a configurarsi la “Celtica”, che verso il decimo secolo era composta grossomodo (dato il continuo spostamento di confini e denominazioni) dall’Umbria, Sabina e Basse Marche, ossia Piceno e Sannio. Alcune frange isolate erano presenti compatte fino al Gargano (la Foresta Umbra era il loro Bosco Sacro più importante), come in altre zone della Puglia e della Lucania con frange fino in Campania, il ché è testimoniato da certe caratteristiche esistenti nella zona Nocera-Nola a popolazione originaria picena.

Infatti, a parte la ripetizione del nome Nocera (campana) e Nocera (umbra), nella città di Nola esiste la festa pagana chiamata Corsa dei Gigli identica in tutto a quella di Gubbio chiamata Corsa dei Ceri.

Anche qui i gigli erano simboli fallici come quelli di Gubbio, trasformati e coperti di Santi cattolici e si svolge anche qui nel mese di Giugno. Ma tutte queste ultime località non conservarono le caratteristiche della Cultura Gallo-celtica, perché furono sempre più assorbite dalla Cultura Greca e quindi da quella Araba dell’Italia Meridionale, del cui Regno di Napoli e Sicilia fecero parte.

Al primitivo insediamento gallico della “Celtica” seguì, tra il quinto e quarto secolo, quello degli Umru, che furono chiamati Nahars quelli della riva destra del Nera e Sab-Saf quelli della riva sinistra.

Scriveva Strabone: “Umbria est regio Italiae vetustissima et nobilissima”, intendendo con detto nome anche la Sabina.

La risultante Cultura Romana, se era di scuola e ispirazione greca per quanto riguarda l’arte della scultura, era celtica-umru per quanto riguarda la Poesia e la Letteratura in generale. Erano infatti di origine celtica Virgilio di Mantova, Properzio di Assisi, Plinio di Spello (con provenienza comasca?), Tacito di Terni, Ovidio di Sulmona celto-sannita, Plauto di Sarsina Umbra, Catullo del Veneto, Tibullo Umbro e Livio Patavino.