Numero 7 – Febbraio 1999

Sommario del numero 7

Editoriale

Nascita delle Cattedrali
di Linda Bartalucci

L’origine della scrittura in Irlanda
di Furio Detti

Le Monete dei Celti
di Silvio Canavese

Druidi, spiritualità della prima Europa
di Jean de Galibier

 Segnalazioni:

La chiesa di San Sebastiano
di D. Sordo e M. Scierano

Agenda: Manifestazioni Celtiche
di Marco Violet

Recensioni:

Nascita della Cattedrale di Titus Burckhardt
Erbe Officinali di Giorgio M. Miramonti
La Chiesa e il Graal di Manuel Insolera
L’Aratro e la Spada di Liam A Silcan


Editoriale

Siamo arrivati alle soglie del “duemila”, alle porte del terzo millennio, e il fallimento della civiltà tecnologica e scientista (almeno per quanto concerne il suo aspetto umano, sociale, morale e politico), non può che spingere la parte pensante della popolazione a una profonda analisi di quali siano i valori fondamentali della Vita Umana.

Questo processo passa e passerà inevitabilmente per una attenta analisi del nostro passato, della storia dei nostri antenati per scoprire i vari punti in cui sono avvenute le svolte fatali che hanno deviato il progredire della cultura dallo studio dell’uomo a quello delle cose; le deviazioni che hanno portato i saggi a ridursi alla stregua di semplici sapienti, e hanno trasformato lo studio dei ritmi della Natura nella ricerca delle tecniche per dominarla anche contro ogni logica e buon senso.

I popoli dell’antichità non erano né più ingenui né più sprovveduti di noi, ma la minore disponibilità di risorse tecnologiche li lasciava totalmente in balia delle forze della natura, e questo, per amore o per forza li dotava di una maggiore umiltà, ponendoli nella necessità di dover ricercare una più completa armonia di vita con i ritmi e le leggi della Natura.

Proprio da questa loro ricchezza interiore nacque quella spinta socioculturale che portò alla costruzione delle cattedrali, un fenomeno europeo che cristallizzò nel marmo un anelito verso l’infinito e le sue molte sfumature simboliche. In questa analisi e nelle radici lontane delle origini dei simboli che in esse vengono usati, ci conduce Linda Bartalucci con il suo saggio sulla “Nascita delle cattedrali”. Per vie diverse, ma con una singolare vicinanza di spirito, l’articolo di Furio Detti sulla “Origine della scrittura in Irlanda” e Jean de Galibier col suo brano dedicato ai “Druidi, spiritualità della antica Europa”, ci portano ad analizzare altri aspetti di queste sensibilità e spiritualità antiche, ormai tanto lontane dalle nostre.

Più strettamente archeologico, l’intervento di Silvio Canavese tratteggia in un rapido escursus i tratti salienti della monetazione celtica, resa tanto più importante dal fatto che rappresenta uno dei principali corpus di oggetti artistici rimastici della loro cultura. Ma una volta di più sono le segnalazioni dei soci a chiudere la Revue, ricordandoci che attorno a noi c’è ancora molto da scoprire.

S.C


Nascita delle cattedrali

dalla foresta al tempio

di Linda Bartalucci

Abstract:
Cathedrals growing, from the forest to the temple
by Linda Bartalucci

Looking at the Cathedrals growing we can follow the many stories of the man during the Medieval time and his long religious, civil and social walk, when he was a simple countryman or even a Pope.

The first catholics churches have been built on the remainings of roman basilica that were used for public functions as trade or law administration. For a very long time their architecture has followed the typical examples of the roman tradition. From the Romanesque and Gothic periods we can see, with the evolution of the cathedrals, all the different styles and symbols even pagane that were part of the european history. As during the building of a cathedral it was necessary to reproduct a microworld everything was set up in the best way. Everything was extremely important: the architecture and the sharing of the places, the decorations, the monsters or the saints represented and the particular lights and shadows of the whole project.

Naissance des Cathedrales, de la foret au temple
de Linda Bartalucci

C’est en analysant la construction des cathédrales qu’on peut suivre le long parcours réligeux, civil et social de l’homme au Moyen Age, soit-il tout simplement un paysan ou un Pape.

Les premières églises crétiennes ont été construites en utilisant les préexistentes basiliques romaines qui répondaient à des fonctions publiques comme le commerce ou l’administration de la justice. Pour longtemps l’architecture de ces constructions a suivi les formes classiques liées à la tradition romaine.

Du Romanique au Gothique on suit, avec l’évolution des cathédrales, tous les modèles et les symbologies meme paìennes qui formaient l’histoire de l’Europe. Etant donné qu’on devait représenter un microcosme tous les élements de la cathédrale suivaient un ordre bien précis et cela explique non seulement le style d’architecture et la suddivision des endroits, mais aussi le choix des décorations, les monstres ou les saints représentés, les ombres et les lumières particulières déterminées par le plan de construction.

Cattedrale: (sostantivo femminile) chiesa principale della città in cui risiede un vescovo.

Con questa definizione la maggior parte dei dizionari spiega il significato di un tipo di edifici che, per secoli e secoli, ha rappresentato il simbolo, per eccellenza, della religiosità, dell’architettura, del fervore mistico-sacrale del Medioevo.

Attraverso le cattedrali, questi imponenti, fantastici, “giganti del passato”, possiamo leggere le infinite storie del cammino religioso, civile e sociale dell’uomo medioevale, sia esso un semplice contadino od un Papa.

Queste costruzioni non sorsero immediatamente dopo l’avvento del cristianesimo. Nel 313 l’editto di Costantino permise alle comunità religiose di officiare fuori dalla clandestinità; i padri fondatori della chiesa erano stati, sino a quel momento abituati a decorare semplici pareti di catacombe ed è fondamentale ricordare che gli insegnamenti del Cristo non prevedevano lussuosi e fastosi arredi.

Le prime chiese cristiane furono ricavate dalle basiliche romane, luoghi ove si svolgevano funzioni pubbliche come il commercio o l’amministrazione della giustizia, e, per molto tempo, la loro architettura si sviluppò seguendo sempre quelle forme classiche legate alla tradizione romana.

La basilica è così strutturata: la pianta longitudinale, formata da un rettangolo, è divisa da una grande navata mediana e di due, o quattro (le parti sono distribuite con simmetria bilaterale rispetto all’asse maggiore) navate minori separate da file di colonne. Ad un’estremità corta del rettangolo vi è l’ingresso, mentre all’altra è situata una vasta cavità semicircolare chiamata Abside coperta da una mezza cupola: il Catino.

L’arco che collega l’abside alla navata centrale è detto Trionfale, sottostante ad esso è collocato l’Altare.

Generalmente non vi furono aggiunte a questa forma lineare se non quando alcuni architetti scelsero di costruire chiese a forma di croce arricchendo la struttura di una navata trasversale intersecante quella centrale detta Transetto.

Negli ornamenti le basiliche sentono, soprattutto nell’Europa orientale, l’influsso della cultura bizantina. Da Costantinopoli, corte imperiale, i fasti e gli splendori orientali si riflettono sui magnifici mosaici, ma le correnti di pensiero eremitico, i drammatici ascetismi che profetizzano l’Apocalisse di fine Millennio, creano una mescolanza di stili. Da un lato la cultura di corte con la sua aulica iconografia mirata alla venerazione dei fedeli; dall’altro la presentazione di immagini volte a narrare la vita oltre la vita, il Giudizio Universale, il Pentimento, la Morte.

Nel resto dell’Europa , alla componente bizantina si aggiunge quella barbarica. Cupe figure zoomorfe risalenti alle culture celtiche, iraniche e scitiche, si accompagnano ad intrecci lineari . I monaci e missionari dell’Irlanda celtica e dell’Inghilterra sassone volsero l’arte tradizionale ai fini delle costruzioni cristiane. Costruirono chiese e campanili in pietra che cercavano di imitare le tipiche strutture in legno eseguite dai locali artigiani.

La sfiducia nel progredire dell’umanità, la paura della Fine del mondo, l’incredibile instabilità economica e sociale di quegli anni determinarono, nell’Europa occidentale, chiese fortificate di dimensioni piuttosto modeste e con decorazioni semplici derivanti dall’intreccio delle più svariate culture. L’immagine, il concetto stesso di Chiesa era quello di una forza superiore rispetto alla mortalità umana, qualcosa da venerare “dal basso del volgo verso l’alto dei cieli”.

Queste masse possenti e superbe di pietra, erette dalla Chiesa in terre di contadini e di guerrieri ,solo di recente tolti alle loro consuetudini pagane, parvero esprimere il concetto stesso della Chiesa Militante: il concetto che qui sulla terra sia dovere della Chiesa combattere le potenze delle tenebre finché ,col Giorno del Giudizio, albeggi l’ora del trionfo.

Un grave problema tecnico fu quello di dare a queste impressionanti costruzioni in pietra una copertura altrettanto solida e resistente. I soffitti lignei delle basiliche, con le travature in vista dette Capriate, non erano abbastanza dignitosi ed erano spesso preda di incendi. L’arte romana di edificare volte su vasti edifici, una somma di conoscenze tecniche e di calcoli che impegnarono la mente di tanti architetti, era ormai smarrita. Per questo i secoli XI e XII e, successivamente, sino a, circa, il secolo XIV, furono caratterizzati da incessanti esperimenti.

Dalla semplice basilica e dalla rotonda, altro tipo di architettura paleocristiana discendente da costruzioni romane dalla pianta tondeggiante o, comunque, poligonale, dalla quale si sono evoluti i Martyria e, successivamente, i battisteri; si è passata alla Cattedrale vera e propria.

La positiva ondata di fervore mistico-sacrale nata dopo l’anno Mille, anno nel quale “L’Europa si copre del manto bianco delle Cattedrali” come scrive Rodolfo il Glabro nelle sue Cronache, fa sì che una nuova spinta creativa sconvolga la progettazione delle chiese.

Il terrore che aveva accompagnato l’avvento della fine del millennio scompare ed un vento di rinascita spira soprattutto nelle città. Questi agglomerati urbani non sono, anche se mantengono una struttura similare a quella classica con un nucleo urbano ed una periferia contadina, uguale alla città tipicamente romana ovvero il capoluogo di una provincia; sono, in effetti, piccole realtà a sé stanti, ove il lavoro, l’organizzazione comunitaria, le leggi, identificano una propria vita autonoma.

La città ha, nel suo centro vitale, una chiesa, la nascente cattedrale, sede vescovile, un edificio amministrativo ed una piazza del mercato. Attorno al cuore della vita pubblica sorgono case di artigiani e case-officine.

In questa realtà si colloca la costruzione di edifici di culto imponenti, di luoghi ove si rispecchi la cultura, le nascenti tradizioni, la fede di un popolo che lascerà la sua incredibile testimonianza ai posteri con quelle straordinarie opere che sono le cattedrali.

Due sono i periodi storici, e conseguentemente gli stili, in cui fu divisa l’epoca che va dal XI al XIV: romanico e gotico.

Il periodo romanico fu l’alba delle cattedrali. La struttura tipica di queste chiese è composta da tre livelli: la cripta, le navate, il presbiterio.

Nel primo livello, al di sotto del livello del suolo, vi è sepolto un santo, ma il suo soffitto si eleva, attraverso delle volte, sino ad affacciarsi al piano delle navate sostenendo, simbolicamente, il presbiterio.

Quest’ultima parte, quindi, è sollevata di qualche gradino rispetto alle navate, dimodoché tutti possano vedere compiersi il rito che diventa, perciò, una sorta di “sacra rappresentazione”.

Il presbiterio è decorato da una vera e propria iconostasi dove si espongono immagini di culto, amboni per leggere i Vangeli e un ciborio sopra l’altare.

Il transetto è piuttosto sviluppato ed il tiburio si svolge in altezza formando una sorta di cielo soprastante l’altare.

Strutturalmente le modifiche non sono molte rispetto alle precedenti basiliche, senonché la cattedrale si sviluppa in misura proporzionalmente maggiore sia in altezza che in larghezza che in profondità. Questa nuova concezione dello spazio reale della chiesa che racchiude in sé una simbolica rappresentazione della vita in tutti i suoi aspetti, dalla venuta alla luce, alla vita con la sua crescita sino alla morte con la sua consequenziale sepoltura fisica e con l’elevazione dello spirito al regno celeste, comporta un discostamento dal precedente modo di vivere il culto, non più contemplativamente, ma attivamente.

Le comunità paleocristiane si accostavano alla religione come ad un qualcosa di distinto dalla vita comune, una sorta di elevazione del proprio basso spirito volgare verso la solennità, la purezza.

Adesso le mura delle chiese sono, invece, ideologicamente formate dalle vite degli stessi muratori, operai ed artigiani che la costruiscono.

Accanto ai motivi classici della religiosità si intrecciano temi allegorici , leggende, scene di vita quotidiana di lavori campestri od artigianali.

La cattedrale “vive” attraverso di essi e diventa specchio del suo tempo, non nicchia atemporale ove aleggiano inquietanti, lugubri, armonie di un Dio distaccato dai suoi figli. Come era stata la basilica romana, adesso anche la cattedrale rinasce quale complesso funzionale. In essa si svolgono i consigli della comunità e, dove vi sono mura fortificate, i cittadini trovano rifugio sotto la protezione del vescovo in caso di invasione.

Una differenza sostanziale rispetto all’architettura precedente la possiamo trovare nella chiusura dello spazio sopraelevato delle navate con l’adozione della Volta a Crociera.

Prima , per coprire con un’unica volta tutta l’ampiezza della navata centrale venivano eretti giganteschi pilastri per sorreggere l’enorme arco a tutto sesto della cosiddetta Volta a Botte.

Il peso che doveva essere sorretto era terrificante: la volta doveva essere incredibilmente compatta onde evitare un possibile crollo ed i pilastri venivano costruiti con blocchi di pietra enormi per poter sostenere una simile struttura.

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L’ Origine della Scrittura in Irlanda

di Furio Detti

Abstract:
The origins of the writing in Ireland
by Furio Detti

The Irish writing represents in the big field of the production called “insular” (Great Britain Islands) a very important chapter of the Latin west paleography for its particular stylization and ability of the handwritingmen to put together foreign influences and not be influenced by them.

Similar volumes, rich in zoomorphic decorations (tooked from the Anglo-Saxon and Germanic art, but transformed by the inspiration of the local artists) geometrical knitworks and spirals, all designs holding to the pure Celtic art, are nowadays a common heritage in the hole Europe and a particular testimony of the high sensibility and the artistic ability.

L’origine de l’ecriture en Irlande
de Furio Detti

L’écriture irlandaise représente dans le plus vaste panorama de la production proprement dite “insulaire” (Iles Britanniques), un chapitre particulier de la paléographie Latine occidentale pour sa propre stylisation et pour l’habileté des écrivains à utiliser d’autres influences externes sans en etre conditionnés. Des volumes similaires, riches en décorations zoomorphes (empruntées à l’art anglo-saxonne et germanique, mais transformées par l’inspiration des artistes locaux), entrelacements géométriques et spirales, dessins donc typiques du vrai art Celtique, constituent un patrimoine commun à toute l’Europe et un témoignage incontesté de haute sensibilitè et habileté artistique.

La scrittura Irlandese rappresenta, all’interno del più vasto panorama della produzione cosiddetta “insulare” (Isole Britanniche), un capitolo peculiare della paleografia Latina occidentale per la sua caratteristica stilizzazione e per l’abilità degli amanuensi nell’accogliere influenze esterne senza risultare condizionati da esse. Una simile attitudine rafforzata dal notevole patrimonio dell’arte Celtica – è stata considerata dagli studiosi come una qualità distintiva, sia sotto l’aspetto paleografico che quello codicologico. Questo articolo vuole essere solo un cenno elementare sull’origine della scrittura Irlandese, avvenuta nei i primi anni del V Sec. – ossia con l’avvento del Cristianesimo nell’Isola di Smeraldo. Nel corso di queste righe avremo modo di accennare anche a manoscritti prodotti al di fuori dell’ambiente insulare, in scriptoria che risultano d’indubbia derivazione Irlandese.

L’Irlanda non fu mai parte dell’Impero Romano (1), e gli Irlandesi non ebbero mai un alfabeto proprio prima dell’evangelizzazione condotta da San Patrizio e da un certo Palladius nella prima metà del V Sec. Questo fatto è certamente fondamentale per comprendere l’intima caratteristica della scrittura Irlandese: la produzione più “isolata” dell’ambiente insulare, ma – come vedremo – non necessariamente la minore.

Il primo esempio di una scrittura alfabetica sembra essere rappresentato dalle cosiddette “pietre di Ogham”, iscritte con una sorta di alfabeto probabilmente basato sull’alfabeto Latino della tarda antichità Romana. E’ difficile datare le pietre largamente diffuse in tutta l’isola, con una maggiore densità nel Sud-Ovest – poiché i segni presentano differenze minime da luogo a luogo, il formulario è semplice, arcaico e ripetitivo, e i singoli monumenti sono raramente in situ, o ricollegabili a tombe o strutture archeologiche meglio identificabili. Una stima cronologica generale spazia dal IV all’VIII Sec. con un apice fra i secoli V-VI. Gli studiosi sono parimenti perplessi anche in merito alla funzione di simili monumenti: semplici cippi posti per delimitare terreni, o pietre tombali? Pare tuttavia che alcuni esemplari siano da porre in relazione con un ambiente e sito già cristianizzato. Si trovano alcune pietre con croci incise (il 14% circa delle pietre conosciute), ma solo poche pietre presentano iscrizioni chiaramente riconducibili ad una cultura cristiana. Del resto può essere che i segni di croce siano stati incisi successivamente sui megaliti iscritti più antichi, a scopo purificatorio, o per esorcizzare gli antichi Dei. Di queste pratiche abbiamo notizia nelle leggende del folklore locale.

Nondimeno, circa il 34% delle “pietre Ogamiche” può essere associato a siti ecclesiastici conosciuti; più in generale queste pietre sono in parte considerate – tuttora – come le più antiche evidenze archeologiche della cristianizzazione dell’Irlanda. Questo fatto, per quanto pertinente l’epigrafia – è degno di nota.

La fede Cristiana è essenzialmente basata sulla tradizione scritta, sia per quanto riguarda i testi Sacri, sia per quanto concerne la Tradizione Patristica. Pertanto i fondatori della Chiesa Irlandese erano pienamente consapevoli della centralità della scrittura, del bisogno di libri e dell’istruzione per la liturgia e la vita religiosa. Non ci sorprende pertanto che il più antico esempio di scrittura a noi giunto sia il set di tavolette cerate dalla palude di Springmount, contenenti dei Salmi; il reperto è attribuibile all’inizio del VII Sec, o immediatamente prima, ma senza dover indietreggiare oltre la fine del VI Sec.

Il più antico codice sopravvissuto è il cosiddetto Codex Usserianus Primus, un Vangelo grosso modo contemporaneo alle tavolette di Springmount Bog. JULIAN BROWN, preferisce sospendere il giudizio in merito all’esatta relazione cronologica fra questi due reperti. In verità neppure altri studiosi, come il BISCHOFF ed il LOWE, sono più precisi in merito alla questione.

Le tavolette di Springmount Bog sono state scritte con una mano matura ed esperta, come quella dei due scribi ignoti del codice Usserianas Primus. Molti ricercatori hanno sottolineato l’affinità del codice Usseriano con il cosiddetto Orosius D. 23 Sup5. alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, almeno paleograficamente. E’ interessante notare che l’Orosius, proviene dalla biblioteca del monastero di Bobbio (Piacenza), uno dei centri fondati nel continente dal missionario irlandese San Colombano agli inizi del VII Sec.

(…)


LE MONETE DEI CELTI

di Silvio Canavese

Abstract:
The celtic coins
by Silvio Canavese

After many and many centuries of exchanging products with other products, the celtic commercial centres started to keep business with the big and sophisticated civilisations of the cities situated on the mediterranean coasts. At first the very good goldsmithmen used to imitate the models but then they started to create an own and expressive art.

Very soon the particular artistic ability of the Celts together with the idea of the supernatural were the elements to create masterpieces of the figurative arts, well appreciated nowadays.

La monnaye des Celtes
de Silvio Canavese

Après un nombre imprécisé de siècles d’échange de produits contre d’autres produits, les centres commerciaux des Celtes s’ouvrirent de plus en plus aux influences des marchands des grandes et sophistiqueés villes civilisées qui s’étaient développées sur les côtes de la Méditerranée. Au début il s’agissait plutôt d’une simple et précise imitation des modèles par les grands orfèvres Celtes qui, en abandonnant ensuite la forme originelle, ont créé un propre art tout à fait particulier.

L’expressivité artistique des peuples Celtes et la leur vision du merveilleux ont eu un rôle important pour la création d’oeuvres d’art figuratif, qui est encore extrèmement moderne et actuel à notre époque.

Il primo mezzo monetario celtico era probabilmente un po’ ovunque simile a quelle “talee ferreae ad certum pondus examinate” di cui ci parla Cesare a proposito dei Britanni, nei suoi “Commentari alle guerre Galliche”, e come confermato dagli studi di D.F. Allen sui numerosi rinvenimenti avvenuti in Inghilterra ed in Germania.

Con la denominazione di “barre monetarie in ferro” si indica una categoria di moneta di scambio con caratteristiche anche molto diverse.

Vi sono “barre a forma di spada”, che rappresentano la specie più diffusa, lame in ferro lunghe da 80 a 90 centimetri, larghe 3/5 cm e spesse in media attorno ai 3 millimetri. Il peso varia da 500 a 730 grammi. Si tratta di “strisce di ferro di spessore uniforme, gradualmente decrescenti in larghezza verso un’estremità, mentre dall’altra i due lati del tratto terminale sono avvolti ed accostati a formare una canna simile ad una rudimentale impugnatura lunga da 8 a 10 centimetri”.

I due tipi fondamentali di “barre di spada” variano essenzialmente per l’impugnatura se di forma tubolare chiusa o impugnatura tubolare aperta e si pensa che possano risalire agli inizi del primo secolo avanti Cristo.

Molto più antiche e già quasi uscite dall’uso corrente all’epoca di Cesare sono le “barre a forma di spiedo”. Molto più strette e appuntite delle “barre a forma di spada”. Gli spiedi sono lunghi da 68 a 75 centimetri, larghi normalmente meno di 2, fino ad un massimo di 2,5; con peso variabile tra i 120 e i 300 grammi.

Anche qui l’impugnatura è tubolare ma lunga solo un paio si centimetri e ripiegata come se dovesse serrare un manico in legno.

Si sono poi ritrovate, sia in Britannia che in Germania, “barre a forma di coltelli d’aratro”, lunghe e piatte, larghe da 4 a 6 centimetri e spesse circa mezzo centimetro. Più solide delle precedenti, variano molto tra loro sia in lunghezza (da 50 a 90 cm.) che in peso (da 530 a 1200 grammi).

In Germania meridionale e Svizzera si sono scoperti i cosiddetti “saumon d’épée” o “moduli di spada”, barre di lunghezza inferiore ai 40 cm e larghe 5 su uno spessore medio di 3 millimetri; il cui peso varia dai 600 agli 800 grammi. Diffusi un po’ ovunque si sono infine scoperti i cosiddetti “lingotti di ferro” in forma di doppia piramide. Generalmente attribuiti al periodo di LaTène, il loro peso va da 3 a 10 kg.

Nel mondo celtico le prime monete apparvero nella seconda età del ferro tramite i contatti commerciali con Greci ed Etruschi e, molto più tardi, con i Romani. La grande disponibilità di metalli preziosi e l’incremento dei commerci spinsero isolatamente ma inesorabilmente i vari popoli Celti verso la moneta.

L’introduzione della moneta presso le popolazioni celtiche avvenne probabilmente nel IV° secolo avanti Cristo, a seguito di un consolidato mutamento delle condizioni sociali. Dopo un imprecisato numero di secoli centrati sul baratto, i centri commerciali dei Celti si aprirono sempre più alle influenze mercantili delle grandi e sofisticate civiltà sviluppatesi sulle coste del Mediterraneo.

Forse i primi a riportare in patria delle monete, d’oro e d’argento, furono i mercenari Celti assoldati dai vari regni e città stato della Magna Grecia. O forse gli stessi mercanti spinti dalla necessità di semplificare i sempre maggiori scambi commerciali con gli Etruschi della Pianura Padana prima, e i Greci di Massalia (Marsiglia) e di altre città stato poi.

All’inizio si trattò di una semplice e precisa imitazione dei modelli, eseguita con buona cura dagli ottimi orafi Celti che iniziarono però ben presto a distaccarsi sempre più dall’originale, sino a creare una propria arte espressiva del tutto peculiare.

Quella di imitare la monetazione dei popoli più evoluti era consuetudine nota, che gli antichi chiamavano “plagia barbarorum”. Non conoscendo la scrittura, le leggende delle monete erano incomprensibili per gli artigiani che ricopiavano come semplice succedersi di linee e perciò talvolta sbagliavano la grafia o l’ordine delle lettere. Le stesse raffigurazioni erano per loro spesso prive di senso. I “barbari” finivano così per produrre copie facilmente riconoscibili ove le figurazioni erano travisate e le leggende composte con serie di lettere mescolate a caso senza alcun significato. In parte, inizialmente, anche per i Celti si ripeté la stessa esperienza, ma ben presto il loro particolare gusto artistico e il loro precipuo senso del meraviglioso presero la mano ai loro artisti dando luogo a vere e proprie opere d’arte di gusto figurativo oggi quanto mai moderno e attuale.

I primi modelli imitati dai Celti furono due monete greche comparse sul finire del IV secolo a.C.: il “tetradramma” d’argento e, di gran lunga il più imitato, lo “statere” d’oro di Filippo II di Macedonia (dal 359 al 336 a.C.); e poi, in misura minore, gli “stateri” aurei di Alessando Magno e di Siracusa.

Quando giunse in Gallia lo “statere” d’oro di Filippo, ebbe subito grande fortuna. Questi “Flippi” d’oro recavano impressa sul diritto una testa di Apollo con corona di alloro e sul verso una biga. Primi imitatori di questo modello furono gli Arverni, che dopo avere soppiantato i Biturigi nella supremazia politica della Gallia Chiomata, iniziarono una fitta rete di legami che li portarono a dominare per lungo tempo gli scambi commerciali della Gallia.

Nelle riproduzioni Celtiche di questi stateri aurei, la testa coronata di lauro del dio Apollo subirà le più straordinarie trasformazioni in una sorta di riduzione simbolica. Le ciocche di capelli si separano, “si mutano in spirali; all’orecchio si sostituisce un segno a S; la linea del naso si unisce a quella del sopracciglio. Analoghe metamorfosi subisce la biga sul rovescio della moneta: la gambe dei cavalli diventano sbarre e punti, la criniera si trasforma in un insieme di curve parallele, una testa umana deformata prende il posto di quella del cavallo, del corpo stesso dell’animale finiscono per non sussistere più che delle masse rotondeggianti, quasi gocce rigonfie”.

L’altro grande modello della monetazione celtica fu la “dracma” di Marsiglia che dalla colonia mediterranea penetrò profondamente nel cuore dell’Europa al seguito dei mercanti greci solo sul finire del IV° secolo avanti Cristo.

Da quel momento sino all’arrivo dei romani il meridione della Gallia fu dominato dalla moneta d’argento battuta ad imitazione della dracma massaliota, diffondendosi anche in tutta la Gallia Cisalpina nei territori a Nord del Po, già da tempo abitati da popolazioni celtiche. In questo periodo si moltiplicarono le diverse serie monetali, quasi una per ogni maggiore nazione.

Le più recenti ricerche permettono di distinguere tra le emissioni padane a imitazione della “dracma” di Marsiglia diverse serie attribuibili alle grandi nazioni celtiche della regione: Leponzi, Insubri, Cenomani, Boi.

I Volci Tectosagi ad esempio adottarono il tipo di Marsiglia e quello di Rodha di cui trasformarono la rosa a quattro foglie, stilizzandola in una croce, nei quarti della quale comparvero decorazioni di vario genere.

L’uso delle monete presso i Celti rimase tuttavia limitato per lungo tempo ai soli scambi con gli altri popoli e per gli acquisti maggiori di beni di lusso e di armi. Per il resto si continuò a privilegiare il baratto per tutti gli scambi minori di merci e servizi legati alla vita di ogni giorno.

Con l’aumento degli scambi commerciali aumentò anche il numero di emissioni delle zecche regionali delle varie nazioni celtiche, accrescendo così ulteriormente anche il numero delle serie circolanti. Importante effetto secondario di questa corsa alla battitura di nuove monete fu una costante tendenza a ridurre il valore intrinseco delle stesse, riducendo la quantità d’oro utilizzata.

Dalla metà del III° secolo sino alla fine del secondo le monete d’oro battute dai Celti presentano un peso vicino agli 8 grammi. In tale periodo sono certamente le zecche delle potenti nazioni dei Arverni e dei Belgi a battere la maggior parte delle monete che poi i commerci faranno circolare in tutta la Gallia.

(…)